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Studio biblico · PDF · 6 pagine

Salmo 120: quando scegli la pace

Quando scegli la pace in mezzo a un mondo che ama la guerra

Studio biblico di Marco Torre sul Salmo 120: affrontare menzogne e conflitti affidando la giustizia a Dio, senza lasciare che la guerra degli altri trasformi il nostro cuore.

Foto di Marco TorreAutoreMarco TorreFondatore di SCEB e autore

Il primo canto delle ascensioni

Il Salmo 120 è composto da appena sette versetti, eppure affronta una realtà che molti di noi conoscono bene: vivere in mezzo a persone che alimentano continuamente conflitti, menzogne e divisioni, mentre noi desideriamo semplicemente camminare nella pace. C'è un particolare importante che ci aiuta a comprendere questo Salmo. È il primo dei quindici Canti delle ascensioni, la raccolta che va dal Salmo 120 al Salmo 134. Questi canti sono tradizionalmente collegati al pellegrinaggio del popolo d'Israele verso Gerusalemme. Non conosciamo con certezza tutte le circostanze della loro composizione, ma la posizione del Salmo 120 all'inizio della raccolta ci offre una prospettiva interessante.

Gridare a Dio nella distretta

«Nella mia distretta ho gridato all'Eterno, ed egli mi ha risposto» (Salmo 120:1). Il salmista non presenta se stesso come qualcuno che riesce sempre ad affrontare ogni situazione con tranquillità. Sta attraversando un momento difficile e sente il bisogno di essere liberato. Per questo grida a Dio. Questo primo versetto ci mostra già qualcosa del suo rapporto con il Signore. Quando si trova nella distretta, sa a chi rivolgersi. Non pretende di risolvere ogni cosa attraverso le proprie capacità. Porta la propria sofferenza davanti a Dio e testimonia che Dio gli ha risposto.

Labbra bugiarde e lingua fraudolenta

«O Eterno, libera l'anima mia dalle labbra bugiarde e dalla lingua fraudolenta» (Salmo 120:2). Il salmista sta soffrendo a causa della falsità. Qualcuno utilizza le parole per ingannare, ferire o creare conflitto. Non sappiamo esattamente cosa sia accaduto. Il testo non ci racconta chi abbia pronunciato quelle menzogne, né quale fosse il loro contenuto. Potrebbe trattarsi di calunnia, inganno o falsa testimonianza, ma sarebbe sbagliato presentare una di queste possibilità come un fatto certo. Quello che possiamo osservare è la reazione del salmista. Quando qualcuno mente contro di noi, la prima tentazione è spesso quella di difenderci immediatamente. Vogliamo chiarire, rispondere, dimostrare di avere ragione e convincere gli altri che ciò che viene detto non è vero. A volte è giusto farlo. La Scrittura non ci insegna che dobbiamo rimanere sempre in silenzio davanti alla menzogna. Ma esiste un pericolo: possiamo diventare talmente concentrati sulla necessità di difendere noi stessi da permettere al comportamento degli altri di governare il nostro cuore. Il salmista ci mostra un'altra possibilità. Prima di tutto, porta la propria causa davanti a Dio. Posso chiarire una menzogna senza vivere prigioniero del bisogno di convincere tutti. Posso difendere la verità senza lasciare che ogni falsa accusa diventi una battaglia personale. Posso riconoscere che qualcuno mi ha fatto del male senza sentirmi obbligato a restituirgli lo stesso male.

Quando qualcuno parla falsamente di me, a chi sto affidando la mia giustizia?

Frecce acute e carboni di ginepro

«Che ti sarà dato e che ti sarà aggiunto, o lingua fraudolenta? Frecce acute di un prode, con carboni di ginepro» (Salmo 120:3-4). Sono immagini forti, che meritano di essere comprese nel loro contesto. Le frecce acute richiamano qualcosa che colpisce con precisione e forza. I carboni di ginepro, probabilmente riferiti alla retama, una pianta arbustiva delle regioni aride, evocano un fuoco intenso e persistente. Ma dobbiamo osservare attentamente la domanda: «Che ti sarà dato?». Il salmista sembra descrivere ciò che attende la lingua fraudolenta. Le frecce e i carboni possono quindi essere compresi come immagini del giudizio che colpirà la menzogna, anziché semplicemente come una descrizione delle parole offensive. Il punto è importante perché ci ricorda che la falsità non sfugge allo sguardo di Dio. Quando qualcuno ci ferisce attraverso la menzogna, possiamo avere l'impressione che tutto dipenda dalla nostra capacità di difenderci. Pensiamo che, se non rispondiamo, l'altro vincerà. Se non dimostriamo immediatamente la verità, la menzogna prevarrà. Ma il salmista ci ricorda che esiste un Giudice al di sopra di noi. Dio conosce ciò che è vero, anche quando gli uomini lo nascondono o lo distorcono. Questo non elimina la nostra responsabilità di agire con giustizia, ma ci libera dalla pretesa di dover controllare ogni giudizio umano. E soprattutto ci libera dal bisogno di vendicarci.

Mesec e Kedar: sentirsi stranieri

che, a una prima lettura, potrebbe sembrare difficile da comprendere: «Guai a me, che soggiorno in Mesec e dimoro fra le tende di Kedar!» (Salmo 120:5). Mesec e Kedar indicano popolazioni appartenenti a regioni molto distanti tra loro. Mesec è generalmente associato a popolazioni dell'area settentrionale, mentre Kedar richiama le tribù arabe discendenti da Ismaele. Proprio questa distanza geografica rende plausibile una lettura figurata delle parole del salmista. Non sembra necessario immaginare che stia indicando due luoghi nei quali abita contemporaneamente. È possibile che utilizzi questi nomi per esprimere la propria condizione di estraneità. Si sente come uno straniero, circondato da persone con le quali non condivide il modo di vivere. Ma in che cosa consiste questa distanza? Sono gli ultimi due versetti a chiarirlo: «Troppo a lungo io ho dimorato con chi odia la pace. Io sono per la pace; ma quando parlo, essi sono per la guerra» (Salmo 120:6-7). Qui arriviamo al cuore del Salmo. Il salmista vive in un ambiente nel quale il conflitto sembra essere diventato normale. Lui desidera la pace, ma le persone che lo circondano reagiscono con ostilità. Persino quando cerca di parlare, incontra persone pronte alla guerra. Eppure, nonostante tutto questo, riesce ancora a dichiarare: «Io sono per la pace».

Io sono per la pace

Il salmista non dice che le persone intorno a lui sono cambiate. Non racconta che hanno smesso di mentire o di cercare lo

scontro. La situazione descritta rimane difficile. Ciò che emerge è la posizione che egli continua ad assumere. È qui che il Salmo diventa profondamente personale. Quando viviamo a lungo in mezzo ai conflitti, qualcosa può cominciare a cambiare dentro di noi. All'inizio soffriamo perché qualcuno ci tratta ingiustamente. Poi cominciamo ad aspettarci sempre il peggio dagli altri. Diventiamo sospettosi, irritabili, pronti a rispondere. Ogni parola ci sembra una provocazione e ogni divergenza un attacco. Senza rendercene conto, iniziamo a utilizzare gli stessi strumenti di coloro che ci hanno ferito. Se qualcuno parla male di noi, cominciamo a parlare male di lui. Se qualcuno ci umilia, desideriamo umiliarlo. Se qualcuno ci attacca, cerchiamo il momento giusto per colpirlo. A quel punto è accaduto qualcosa di molto serio: il conflitto che prima ci circondava ha cominciato a trasformare il nostro carattere.

Quando il conflitto cambia il nostro carattere

Perché non sempre possiamo scegliere il comportamento delle persone che incontriamo, ma siamo chiamati a vigilare su ciò che il loro comportamento produce nel nostro cuore. Il salmista non nasconde il male che lo circonda. Parla apertamente di labbra bugiarde, lingua fraudolenta e persone che odiano la pace. Non finge che tutto vada bene. Eppure non vuole identificarsi con quella stessa ostilità. Che cosa sta producendo dentro di me la guerra degli altri?

Vincere il male con il bene

Nel Sermone sul monte leggiamo: «Beati coloro che si adoperano per la pace, perché essi saranno chiamati figli di Dio» (Matteo 5:9). Gesù non sta semplicemente lodando coloro che evitano le discussioni. Parla di persone che si adoperano per la pace, che scelgono di perseguirla anche quando sarebbe più facile alimentare il conflitto. Poco dopo insegna ai suoi discepoli ad amare i propri nemici e a pregare per coloro che li perseguitano (Matteo 5:44). Questo non significa approvare ciò che è sbagliato. Gesù stesso denunciava l'ipocrisia, correggeva l'errore e parlava apertamente della verità. Il suo amore non lo portava a chiamare bene ciò che era male. Ma Gesù non permetteva che l'ostilità degli altri determinasse il suo carattere. Posso dire la verità senza provare piacere nell'umiliare qualcuno. Posso correggere una persona desiderando sinceramente il suo bene. Posso oppormi a un'ingiustizia senza coltivare odio. Posso rifiutare una menzogna senza diventare io stesso menzognero. L'apostolo Paolo esprime un principio molto vicino a questo quando scrive: «Non essere vinto dal male, ma vinci il male con il bene» (Romani 12:21). Il male non ci vince soltanto quando riesce a danneggiarci esteriormente. Può vincerci anche quando riesce a riprodurre dentro di noi lo stesso atteggiamento che abbiamo subito. Se qualcuno mi odia e io comincio a vivere nell'odio, quel male ha già influenzato profondamente la mia vita. Se qualcuno mente contro di me e io comincio a utilizzare

la menzogna per difendermi, ho permesso al suo comportamento di cambiare il mio. La vittoria che Cristo ci insegna a cercare è più profonda del semplice prevalere in una discussione. Riguarda la persona che stiamo diventando.

Troppo a lungo

«Troppo a lungo». Il salmista è stanco. Ha vissuto abbastanza in mezzo a persone ostili. Non presenta la propria situazione come qualcosa di piacevole e non cerca di nascondere il peso che sta sopportando. Questa sincerità è importante. A volte pensiamo che essere spiritualmente maturi significhi non provare stanchezza, non soffrire per le ingiustizie e non essere mai turbati dal comportamento degli altri. Ma il Salmo non ci presenta questa immagine. Ci mostra un uomo che desidera la pace e che, proprio per questo, soffre vivendo in mezzo a persone che la rifiutano. Non permettere al peccato degli altri di decidere quale persona diventerai.

La pace richiede discernimento

Possiamo amare qualcuno e sentirci stanchi dei suoi continui conflitti. Possiamo desiderare il suo bene e riconoscere che alcune discussioni non stanno producendo nulla di buono. Possiamo perdonare senza sentirci obbligati a partecipare a ogni provocazione. Anche la pace richiede discernimento. Non ogni discussione deve essere prolungata. Non ogni accusa merita una risposta immediata. Non ogni provocazione richiede che dimostriamo qualcosa. La Scrittura ci insegna a essere pronti a rendere ragione della nostra speranza, ma ci insegna anche a farlo con mansuetudine e rispetto (1 Pietro 3:15). Questo riguarda particolarmente il modo in cui difendiamo la verità. Possiamo essere talmente impegnati a dimostrare che una persona ha torto da dimenticare che davanti a noi c'è qualcuno che Cristo ci chiama ad amare. Possiamo trasformare persino una discussione biblica in una guerra personale. E allora dobbiamo chiederci se stiamo realmente servendo la verità oppure se stiamo semplicemente cercando di vincere. Il Salmo 120 ci invita a esaminare il nostro cuore prima ancora di esaminare quello degli altri.

Dalla distretta all’aiuto di Dio

con il posto che questo Salmo occupa all'interno dei Canti delle ascensioni. Il Salmo 120 comincia nella distretta, in mezzo alla falsità e al conflitto. Il Salmo 121 si apre invece con le parole: «Io alzo gli occhi ai monti: da dove mi verrà l'aiuto? Il mio aiuto viene dall'Eterno, che ha fatto i cieli e la terra» (Salmo 121:1-2). Non possiamo affermare con certezza che i due Salmi siano stati composti per raccontare le tappe successive della stessa esperienza personale. Il testo non lo dichiara. Ma leggendo la raccolta nel suo insieme possiamo cogliere una progressione suggestiva. Il pellegrino comincia riconoscendo la sofferenza che lo circonda e rivolgendo il proprio grido a Dio. Subito dopo alza gli occhi e riconosce da dove proviene il suo

aiuto. È un'immagine che parla anche alla nostra vita. A volte trascorriamo così tanto tempo a osservare ciò che gli altri fanno contro di noi da perdere di vista ciò che Dio desidera compiere dentro di noi. Pensiamo continuamente a chi ci ha ferito, a chi ha mentito, a chi ci ha trattato ingiustamente. Ripercorriamo le discussioni, immaginiamo risposte, cerchiamo argomenti per dimostrare che avevamo ragione. E mentre tutta la nostra attenzione rimane concentrata sugli altri, rischiamo di trascurare il nostro rapporto con Dio.

Il comportamento degli altri non decide chi diventiamo

Quando si trova nella distretta, grida al Signore. Quando riconosce la menzogna, chiede liberazione. Quando descrive l'ambiente ostile nel quale vive, continua a dichiarare di essere per la pace. Non è il comportamento degli altri a stabilire quale debba essere il suo. Non è una domanda alla quale possiamo rispondere soltanto con le parole. La risposta emerge dal modo in cui reagiamo quando qualcuno ci contraddice, quando veniamo accusati ingiustamente, quando qualcuno parla male di noi o quando incontriamo persone che sembrano desiderare continuamente lo scontro. È proprio in quelle situazioni che scopriamo quanto il carattere di Cristo stia realmente prendendo forma nella nostra vita. Posso ancora dire «Io sono per la pace» anche quando chi mi circonda continua a cercare la guerra?

La verità deve trasformare prima noi

, ma dobbiamo ancora imparare a riconoscere ciò che le loro azioni stanno producendo dentro di noi. Forse abbiamo ragione su ciò che è accaduto, ma il modo in cui stiamo reagendo non riflette più il cuore di Cristo. Forse siamo talmente impegnati a difendere la verità da aver dimenticato che la verità deve prima di tutto trasformare noi.

Difendere la verità senza vivere per la vendetta

e termina con la dichiarazione di un uomo che desidera la pace in mezzo a persone che cercano la guerra. Tra queste due espressioni troviamo una lezione preziosa: possiamo portare davanti a Dio le nostre ferite senza permettere che diventino la nostra identità. Possiamo essere stanchi senza diventare amari. Possiamo riconoscere l'ingiustizia senza vivere per la vendetta. Possiamo difendere la verità senza fare dello scontro il nostro modo abituale di rapportarci agli altri.

La pace biblica

Richiede di riconoscerlo senza lasciarsi governare da esso. E quando ci rendiamo conto che la rabbia, il risentimento o il desiderio di vendetta stanno crescendo dentro di noi, possiamo fare ciò che il salmista ha fatto all'inizio del suo canto: gridare a Dio. Non dobbiamo nascondere ciò che proviamo. Possiamo portarlo davanti al Signore e chiedergli di trasformare il nostro cuore. Perché, alla fine, non abbiamo bisogno soltanto di essere liberati dalle menzogne e dai conflitti che ci circondano. Abbiamo bisogno che Dio

custodisca il nostro cuore, affinché quelle menzogne e quei conflitti non finiscano per trasformarci in persone che vivono della stessa ostilità.

Preghiera finale

Signore, tu conosci le parole che mi hanno ferito, le ingiustizie che ho subito e i conflitti che mi hanno stancato. Insegnami ad affidarti ciò che non posso controllare. Dammi il coraggio di difendere la verità senza perdere l'amore, di riconoscere il male senza lasciarmi vincere da esso e di cercare la pace anche quando gli altri scelgono lo scontro. Esamina il mio cuore e mostrami se la guerra che mi circonda ha cominciato a vivere dentro di me. Trasformami attraverso la tua Parola, affinché, anche in mezzo alle difficoltà, io possa continuare a dire: «Io sono per la pace». Amen. Marco Torre SCEB – Scuola di Conoscenza ed Esperienza Biblica

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