SCEBScuola di conoscenza ed esperienza biblica

Studio biblico · PDF · 6 pagine

Perché lo stai facendo?

Quando Dio mette alla prova le motivazioni del cuore

Studio biblico di Marco Torre sulle motivazioni del cuore: servizio, correzione, ministero, orgoglio, amore e desiderio che Cristo riceva tutta la gloria.

Foto di Marco TorreAutoreMarco TorreFondatore di SCEB e autore

Introduzione

«Tutto è puro per quelli che sono puri; ma per i contaminati e gli increduli nulla è puro; anzi, sia la loro mente che la loro coscienza sono contaminate. Essi fanno professione di conoscere Dio, ma lo rinnegano con le opere...» Tito 1:15-16 Esiste una domanda semplice che può portarci molto più in profondità di quanto immaginiamo: Perché lo sto facendo? Non semplicemente: Quello che sto facendo è giusto? Ma: Qual è la vera motivazione che mi spinge a farlo?

La vera motivazione del cuore

Perché possiamo fare una cosa giusta con una motivazione sbagliata. Possiamo pregare per essere visti. Possiamo predicare per essere riconosciuti. Possiamo studiare la Bibbia per dimostrare di conoscerla più degli altri. Possiamo correggere qualcuno non perché desideriamo recuperarlo, ma perché vogliamo dimostrare che abbiamo ragione. Possiamo costruire un ministero dicendo di voler servire Cristo mentre, lentamente, stiamo costruendo un'identità per noi stessi. E la cosa più difficile da accettare è questa: potremmo non rendercene nemmeno conto. Paolo scrive: «Tutto è puro per quelli che sono puri...» Tito 1:15 Questa frase, isolata dal contesto, potrebbe essere utilizzata per giustificare praticamente qualsiasi cosa. «Io sono puro, quindi tutto quello che faccio è puro.» Paolo non sta dicendo questo. Nel contesto sta parlando di «comandamenti di uomini che voltano le spalle alla verità» (Tito 1:14). Il problema è una religiosità capace di dichiarare impuro ciò che Dio non ha dichiarato impuro. Gesù aveva affrontato qualcosa di simile quando disse: «Non c'è nulla fuori dell'uomo che entrando in lui possa contaminarlo...» Marco 7:15 E poi portò il discorso al cuore. Il problema fondamentale dell'uomo non si risolve moltiplicando regole esteriori. Il problema è dentro. Per questo Paolo continua: «...sia la loro mente che la loro coscienza sono contaminate.» Quindi la domanda diventa: Con quale mente sto interpretando ciò che accade? Che cosa sta formando la mia coscienza? La Parola di Dio? Le mie paure? Le mie esperienze? Le tradizioni? Le mie passioni? Il bisogno di essere approvato? La necessità di avere ragione? Due persone possono compiere esteriormente la stessa azione mentre davanti a Dio stanno facendo due cose profondamente diverse. Posso salutare una persona semplicemente perché la amo e desidero trattarla con rispetto. Oppure posso compiere esattamente lo stesso gesto cercando attenzione, approvazione o qualcosa che non dovrei desiderare. L'azione esteriormente può essere identica. Il cuore no.

Posso partecipare alla Cena del Signore con gratitudine, ricordando Cristo e ciò che ha compiuto. Oppure posso spezzare lo stesso pane distrattamente, soltanto perché lo fanno tutti. Posso aprire la Bibbia ogni mattina perché desidero conoscere Cristo. Oppure posso farlo perché ormai devo mantenere un'immagine spirituale. Posso pubblicare un video su YouTube perché desidero che qualcuno conosca Gesù. Oppure perché ho bisogno che qualcuno conosca me. Ed esteriormente potrebbe essere impossibile distinguere le due cose. Ma Dio vede ciò che noi non vediamo.

Dio pesa gli spiriti

«Tutte le vie dell'uomo sono pure ai suoi occhi, ma l'Eterno pesa gli spiriti.» Proverbi 16:2 Qui troviamo un problema ancora più profondo. Possiamo sbagliarci su noi stessi. Posso essere sinceramente convinto di fare qualcosa per Dio e non avere mai esaminato ciò che realmente mi sta spingendo. Geremia dice: «Il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa e insanabilmente maligno; chi lo può conoscere?» Geremia 17:9 Quindi non basta dire: «Io conosco le mie intenzioni.» Forse no. Forse conosco la spiegazione che ho dato alle mie intenzioni. Ecco perché Davide prega: «Investigami, o Dio, e conosci il mio cuore; provami e conosci i miei pensieri; e vedi se vi è in me alcuna via iniqua, e guidami per la via eterna.» Salmo 139:23-24 Questa è una preghiera pericolosa per il nostro ego. Signore, mostrami ciò che io non riesco a vedere di me stesso. Gesù affronta direttamente questo problema in Matteo 6. Parla di tre cose buone: fare elemosina; pregare; digiunare. Il problema non sono le azioni. Il problema è: Perché le stanno facendo? Gesù parla di persone che fanno queste cose: «...per essere osservati dagli uomini.» Matteo 6:1 Quindi è possibile pregare con una motivazione carnale. È possibile digiunare con una motivazione carnale. È possibile dare con una motivazione carnale. E possiamo continuare. È possibile predicare Cristo con una motivazione carnale. È possibile avere un ministero con una motivazione carnale. È possibile studiare teologia con una motivazione carnale. È possibile difendere una dottrina corretta con una motivazione carnale. È possibile fare discepolato e, lentamente, desiderare che le persone dipendano da noi invece che da Cristo. Per questo dobbiamo avere il coraggio di domandarci: Perché lo sto facendo?

Avere ragione non basta

Posso avere ragione. La dottrina che sto difendendo può essere biblicamente corretta. La persona che sto correggendo potrebbe realmente essere nell'errore. Eppure io potrei avere una motivazione sbagliata. Paolo scrive: «Quand'anche avessi il dono di profezia, intendessi tutti i misteri e tutta la scienza [...] se non ho amore, non sono nulla.» 1 Corinzi 13:2 Questo significa che avere ragione non dimostra automaticamente che il mio cuore sia nella posizione giusta. Posso combattere una falsa dottrina perché amo sinceramente le persone che ne sono prigioniere. Oppure posso combatterla perché mi piace vincere. Perché ho bisogno di un nemico. Perché lo scontro produce visualizzazioni. Perché mi fa sentire dalla parte giusta. Perché dimostrare l'errore dell'altro alimenta la mia sensazione di superiorità. Perché voglio essere

riconosciuto come quello che «conosce veramente la Bibbia». E allora devo fermarmi. Perché lo sto facendo?

Correggere per recuperare, non per sconfiggere

«Ora il servo del Signore non deve contendere, ma deve essere mite verso tutti, atto ad insegnare e paziente, ammaestrando con mansuetudine gli oppositori, nella speranza che Dio conceda loro di ravvedersi per riconoscere la verità.» 2 Timoteo 2:24-25 Paolo non dice di ignorare l'errore. Dice addirittura di ammaestrare gli oppositori. Ma stabilisce anche lo spirito con cui farlo. Mitezza. Pazienza. Mansuetudine. E soprattutto stabilisce lo scopo: il ravvedimento. Questo cambia completamente il modo in cui correggiamo qualcuno. La domanda non è: Come posso distruggere la sua argomentazione? La domanda diventa: Come posso servire questa persona affinché possa conoscere la verità? Perché posso vincere una discussione e perdere una persona. Posso dimostrare che l'altro ha torto senza avergli mostrato minimamente Cristo. Questa potrebbe essere una delle domande più importanti dello studio. Quando correggo qualcuno: desidero recuperarlo oppure sconfiggerlo? Se provo soddisfazione quando l'altro viene umiliato, devo interrogarmi. Se godo quando non sa rispondermi, devo interrogarmi. Se ho bisogno di pubblicare il suo errore per dimostrare quanto io abbia ragione, devo interrogarmi. Se provo rabbia perché non riconosce la mia interpretazione, devo interrogarmi. Non significa automaticamente che ciò che sto dicendo sia falso. Significa che devo permettere a Dio di esaminare perché lo sto dicendo. Gesù non ci ha comandato di amare soltanto chi appartiene al nostro gruppo. Ha detto: «Ama il tuo prossimo come te stesso.» Matteo 22:39 E arriva addirittura a dire: «Amate i vostri nemici...» Matteo 5:44 Il mio prossimo può pensarla diversamente da me. Può appartenere a un'altra confessione. Può essere musulmano. Può essere ateo. Può persino considerarmi suo nemico. Amarlo non significa chiamare vero ciò che considero falso. Amare non significa giustificare l'errore. Significa che anche quando gli dico la verità, desidero il suo bene.

La Parola come specchio

Giacomo scrive: «Siate facitori della parola e non uditori soltanto, ingannando voi stessi.» Giacomo 1:22 Poi paragona chi ascolta la Parola a qualcuno che guarda il proprio volto in uno specchio. Lo specchio serve innanzitutto perché io veda me stesso. Ma possiamo prendere quello specchio e girarlo continuamente verso gli altri. Guarda il tuo peccato. Guarda il tuo errore. Guarda la tua falsa dottrina. Guarda quanto sei lontano. E mentre utilizziamo la Scrittura per analizzare tutti, possiamo smettere di permettere alla Scrittura di analizzare noi. La Parola che dovrebbe trasformarmi diventa un'arma con cui colpisco gli altri. Gesù non insegna che non dobbiamo mai correggere qualcuno. Dice: «Togli prima la trave dal tuo occhio, e allora ci vedrai

bene per trarre la pagliuzza dall'occhio di tuo fratello.» Matteo 7:5 La parola fondamentale è: prima. Prima me. Poi l'altro. Prima permetto alla verità di attraversare la mia vita. Poi posso aiutare qualcuno. Prima lascio che Cristo corregga il mio cuore. Poi potrò vedere abbastanza chiaramente da aiutare mio fratello. Questo produce un modo completamente diverso di correggere. Non arrivo dall'alto dicendo: «Io vedo, tu sei cieco.» Arrivo come qualcuno che viene continuamente corretto dalla stessa Parola che sta condividendo. Qui possiamo verificare se stiamo realmente cercando la verità. È facile dire: «Devi accettare quello che dice la Bibbia.» Ma cosa accade quando la Bibbia contraddice me? E cosa accade quando qualcuno mi mostra dalla Scrittura qualcosa che non avevo compreso? Mi irrigidisco? Cerco immediatamente una risposta? Cambio argomento? Attacco la persona? Cerco altri dieci versetti per difendere la mia posizione? Oppure riesco a fermarmi e dire: «Fammi vedere. Potrei essermi sbagliato.» Perché se pretendo che tutti siano correggibili tranne me, il problema non è più soltanto dottrinale. Si chiama orgoglio. L'umiltà non significa non avere convinzioni. Posso avere convinzioni fortissime. L'umiltà significa rimanere abbastanza sottomesso a Cristo da poter essere corretto. In Atti 10 Pietro riceve la visione della tovaglia contenente diversi animali. La sua prima risposta è: «No assolutamente, Signore...» Atti 10:14 Pietro è convinto della propria posizione. Ma Dio sta preparando Pietro a qualcosa di molto più grande del cibo: l'ingresso dei Gentili. Poco dopo Pietro comprende: «In verità io comprendo che Dio non usa alcuna parzialità.» Atti 10:34 Questo è importante per noi. Pietro dovette permettere a Dio di correggere il suo modo di vedere. E allora possiamo domandarci: Esiste qualcosa di cui sono talmente convinto da non permettere più nemmeno a Dio, attraverso la sua Parola, di correggermi? Perché il problema non è avere convinzioni. Il problema nasce quando la mia convinzione diventa più importante della verità. C'è poi qualcosa di ancora più sottile. Le nostre motivazioni possono cambiare nel tempo. Posso iniziare un'opera con una motivazione genuina. Posso iniziare un ministero perché sento realmente di dover servire. Posso cominciare a pubblicare contenuti perché desidero veramente raggiungere qualcuno. Poi arrivano persone. Apprezzamento. Numeri. Riconoscimento. Responsabilità. Un ruolo. Un nome. E lentamente qualcosa cambia. Quindi non basta chiedermi: Perché ho iniziato? Devo domandarmi: Perché lo sto facendo oggi?

Se nessuno mi guardasse, continuerei? Se nessuno mi ringraziasse, continuerei? Se qualcun altro facesse meglio quello che faccio io, ne sarei felice? Se Dio facesse crescere l'opera ma il mio nome scomparisse, sarei soddisfatto? Se obbedire a Cristo significasse perdere visibilità, continuerei? Se Dio mi chiedesse di lasciare qualcosa attraverso cui ormai ricevo identità, riuscirei a lasciarlo? Queste domande fanno male all'ego. Ed è proprio per questo che sono utili. Questa forse è una delle possibilità più pericolose. Posso dire: «Sto costruendo qualcosa per Cristo.» Mentre, senza accorgermene, sto utilizzando Cristo per costruire qualcosa per me. Una posizione. Una reputazione. Un'identità. Un seguito. Una comunità che dipende da me. Il bisogno di essere ascoltato. La sensazione di essere indispensabile. Gesù però non ha detto: «Fate persone dipendenti da voi.» Ha detto: «Andate dunque, e fate discepoli di tutti i popoli...» Matteo 28:19 Discepoli di Cristo. Il vero discepolato dovrebbe progressivamente portare una persona a dipendere sempre più da Cristo, non sempre più da chi la sta discepolando. Questo diventa un altro test delle nostre motivazioni: Sto costruendo persone intorno a Cristo oppure intorno a me?

Esaminare azione e motivazione

Non possiamo dire: «L'importante è avere una buona motivazione.» Paolo rifiuta la logica: «Facciamo il male affinché ne venga il bene?» Romani 3:8 Una motivazione apparentemente buona non trasforma automaticamente un'azione sbagliata in un'azione giusta. Quindi dobbiamo esaminare entrambe le cose: Che cosa sto facendo? e: Perché lo sto facendo? La volontà di Dio riguarda il cuore, ma riguarda anche l'ubbidienza. Non posso disubbidire a Cristo dicendo di averlo fatto per Cristo. Forse abbiamo bisogno di smettere per qualche momento di analizzare gli altri. Niente pastori. Niente predicatori. Niente influencer cristiani. Niente cattolici. Niente evangelici. Niente musulmani. Niente persone con cui abbiamo discusso. Io. Perché mi alzo questa mattina? Perché apro la Bibbia? Perché prego? Perché servo? Perché predico? Perché faccio quella live? Perché pubblico quel video? Perché voglio quel ruolo? Perché voglio che quella persona riconosca che ho ragione? Perché sto correggendo qualcuno? Perché desidero che il mio ministero cresca? Perché mi dà fastidio quando viene riconosciuto qualcun altro? Perché sto combattendo questa battaglia? Qual è la vera motivazione? E se la risposta non ci piace, non dobbiamo nasconderla. Possiamo portarla davanti a Cristo. Forse alla fine possiamo ridurre tutto a una domanda.

Se Cristo ottenesse tutta la gloria

Se Cristo ottenesse tutta la gloria e io nessuna, mi andrebbe bene? Se la risposta è sì, continuiamo a seguirlo. Se facciamo fatica a rispondere, non dobbiamo fingere. Dobbiamo permettere allo Spirito Santo di lavorare proprio lì. Perché Dio non ci mostra ciò che abbiamo nel cuore affinché impariamo a nasconderlo meglio. Ce lo mostra affinché possiamo portarlo alla luce. La domanda «Perché lo sto facendo?» non dovrebbe diventare un nuovo strumento per giudicare gli altri. Sarebbe ironico. Prenderemmo uno studio sulle motivazioni e lo utilizzeremmo per analizzare le motivazioni di tutti tranne le nostre. No. Questa domanda deve iniziare da me. Perché lo sto facendo? Forse scoprirò amore. Forse gratitudine. Forse ubbidienza. Ma potrei trovare anche paura. Orgoglio. Bisogno di approvazione. Rabbia. Ambizione. Competizione. Bisogno di essere riconosciuto. Non dobbiamo avere paura di scoprirlo. Dobbiamo portarlo davanti a Cristo. E pregare come Davide: «Investigami, o Dio, e conosci il mio cuore; provami e conosci i miei pensieri; e vedi se vi è in me alcuna via iniqua, e guidami per la via eterna.» Salmo 139:23-24 Quindi, prima di utilizzare la Scrittura per analizzare qualcun altro, fermiamoci. Guardiamoci nello specchio. E facciamoci ancora una volta quella domanda: Perché la Parola di Dio non ci è stata data come una pistola con cui uccidere gli altri, ma come uno specchio davanti al quale permettere a Dio di esaminare e trasformare prima di tutto noi stessi. Marco Torre

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