SCEBScuola di conoscenza ed esperienza biblica

Studio biblico · PDF · 17 pagine

L’apparenza della pietà

Quando la religione prende il posto della trasformazione

Studio biblico di Marco Torre su 2 Timoteo 3: l’apparenza religiosa, la trasformazione reale, le motivazioni del ministero e una vita governata dalla verità.

Foto di Marco TorreAutoreMarco TorreFondatore di SCEB e autore

Introduzione

Esiste un pericolo più difficile da riconoscere dell’incredulità dichiarata: una fede che conserva l’aspetto del cristianesimo, ma non permette più a Cristo di governare la vita. È possibile conoscere il linguaggio cristiano, frequentare una comunità, ascoltare continuamente insegnamenti, conoscere la Bibbia e perfino predicarla, mantenendo contemporaneamente aree della propria vita governate dall’orgoglio, dal desiderio di approvazione, dal denaro, dal piacere, dall’ambizione o da altre passioni. Paolo descrive questa condizione con parole durissime: «Aventi l’apparenza della pietà, ma avendone rinnegato la potenza.» 2 Timoteo 3:5 La cosa inquietante è che l’apparenza rimane. Da fuori qualcosa sembra esserci. C’è la forma. C’è il linguaggio. C’è la conoscenza. Può esserci perfino il ministero. Ma la domanda di Paolo ci porta molto più in profondità: quello che professiamo sta realmente trasformando quello che siamo?

Il problema comincia prima del capitolo 3

Per comprendere 2 Timoteo 3 dobbiamo guardare ciò che Paolo ha appena detto. Nel capitolo precedente mette in guardia Timoteo dalle discussioni inutili, dalle parole che producono rovina e dagli uomini che si sono sviati dalla verità. Parlando di Imeneo e Fileto scrive: «Si sono sviati dalla verità.» 2 Timoteo 2:18 Poi ordina a Timoteo di fuggire le passioni giovanili e ricercare giustizia, fede, amore e pace (2 Timoteo 2:22). Infine descrive come deve comportarsi il servo del Signore davanti a chi si oppone: «...ammaestrando con mansuetudine gli oppositori, nella speranza che Dio conceda loro di ravvedersi per riconoscere la verità.» 2 Timoteo 2:25

Questa espressione è importante: riconoscere la verità. Per Paolo la verità non è semplicemente un’informazione corretta da possedere. La verità richiede una risposta. Infatti parla di ravvedimento per arrivare al riconoscimento della verità. Questo prepara ciò che leggeremo nel capitolo successivo: persone che continuano a imparare, ma che non arrivano mai alla conoscenza della verità. Il problema, quindi, non è necessariamente l’assenza d’insegnamento. Il problema può essere la resistenza dell’uomo alla verità che riceve.

Una descrizione che dovrebbe farci tremare

Paolo continua: «Negli ultimi giorni verranno tempi difficili.» 2 Timoteo 3:1 Poi descrive gli uomini: amanti di se stessi; avidi di denaro; vanagloriosi; superbi; bestemmiatori; disubbidienti ai genitori; ingrati; irreligiosi; senza affetto naturale; implacabili; calunniatori; intemperanti; crudeli; senza amore per il bene; traditori; sconsiderati; orgogliosi; amanti del piacere anziché di Dio. Se ci fermassimo qui sarebbe facile pensare: “Paolo sta descrivendo il mondo.” Ma il versetto 5 cambia la prospettiva: «Aventi l’apparenza della pietà...» Queste persone possiedono qualcosa che assomiglia alla devozione verso Dio. Questo significa che l’avvertimento non può essere utilizzato semplicemente per puntare il dito contro una società lontana da Dio. Paolo sta scrivendo a Timoteo e lo sta preparando ad affrontare anche persone che possono trovarsi dentro o attorno all’ambiente della fede, persone che mostrano una forma religiosa mentre la loro vita manifesta qualcosa di completamente diverso. Questo non significa necessariamente che Paolo stia dichiarando autenticamente rigenerate tutte le persone descritte. Significa qualcosa di altrettanto serio: l’apparenza cristiana non dimostra da sola la realtà della vita con Cristo.

Posso dire di amare Dio ed essere ancora governato da me stesso

STESSO. Guardiamo l’inizio dell’elenco: «Gli uomini saranno amanti di se stessi...» 2 Timoteo 3:2 E guardiamo la sua conclusione: «...amanti dei piaceri invece che amanti di Dio.» 2 Timoteo 3:4 Qui emerge una questione fondamentale: l’amore. Che cosa amo? Che cosa desidero? Che cosa governa le mie decisioni? Possiamo avere una teologia corretta su Dio e contemporaneamente avere il cuore orientato verso noi stessi. Posso predicare Cristo e desiderare soprattutto di essere riconosciuto. Posso servire e desiderare soprattutto di sentirmi importante. Posso parlare di sacrificio ed essere governato dalla comodità. Posso parlare della generosità ed essere schiavo del denaro. Posso parlare dell’umiltà e desiderare continuamente che gli altri riconoscano la mia importanza. Posso perfino difendere la verità per alimentare il mio orgoglio. E allora la domanda non è più soltanto: “Quello che credo è corretto?” Diventa: “Quello che credo sta governando quello che vivo?” Paolo utilizza un’espressione precisa: «Aventi l’apparenza della pietà...» L’apparenza non è necessariamente una menzogna evidente. È proprio questo che la rende pericolosa. Assomiglia alla realtà. Una persona può imparare il linguaggio della fede.

Può sapere quando dire “Amen”. Può conoscere molti versetti. Può conoscere le dottrine. Può pregare pubblicamente. Può insegnare. Può predicare. Può avere persone che la seguono. E tutto questo, preso isolatamente, non dimostra ancora che Cristo stia governando il suo cuore. Gesù aveva già messo in guardia contro questa possibilità. In Matteo 7:21 dice che non basta chiamarlo: «Signore, Signore...» E nei versetti successivi presenta persone che rivendicano perfino opere straordinarie compiute nel suo nome. Per questo poco prima aveva dato un criterio fondamentale: «Li riconoscerete dai loro frutti.» Matteo 7:16 Gesù sposta l’attenzione dall’apparenza al frutto. Non semplicemente: “Che cosa dici?” Ma: “Che cosa produce nella tua vita ciò che dici di credere?”

Hanno rinnegato la potenza

Paolo non dice soltanto che possiedono l’apparenza della pietà. Aggiunge: «...ma avendone rinnegato la potenza.» 2 Timoteo 3:5 Nel contesto immediato non sembra che Paolo stia costruendo un contrasto tra cristiani che fanno miracoli e cristiani che non li fanno. Il contrasto è tra apparenza religiosa e vita reale.

Le persone appena descritte conservano una forma di pietà mentre continuano a essere governate dall’amore di sé, dal denaro, dall’orgoglio e dal piacere. Tito contiene un’affermazione molto simile: «Professano di conoscere Dio, ma lo rinnegano con le opere.» Tito 1:16 Ecco il problema. La bocca può professare quello che la vita rinnega. La potenza della vita con Dio non consiste semplicemente nell’avere informazioni nuove su Dio. Il Vangelo porta l’uomo sotto la signoria di Cristo. Lo Spirito Santo opera affinché ciò che conosciamo diventi progressivamente ciò che viviamo. Non significa perfezione immediata. Significa che esiste una realtà di trasformazione, ravvedimento, correzione e obbedienza. Una fede nella quale posso essere corretto. Una fede nella quale posso riconoscere il peccato. Una fede nella quale Cristo possiede il diritto di mettere in discussione ciò che desidero.

Sempre ad imparare, ma mai alla verità

Arriviamo adesso a una delle affermazioni più forti dell’intero brano. Paolo parla di uomini che si introducono nelle case e fanno presa su: «...donnette cariche di peccati, trascinate da varie passioni, le quali imparano sempre e non possono mai pervenire alla conoscenza della verità.» 2 Timoteo 3:6-7 Dobbiamo essere precisi. Paolo non sta facendo una dichiarazione generale sulle donne. Sta descrivendo determinate persone vulnerabili che questi uomini riescono a influenzare. E ci dà due caratteristiche fondamentali. Sono: cariche di peccati

e trascinate da varie passioni. Poi aggiunge qualcosa di sorprendente: imparano sempre. Il loro problema quindi non è necessariamente la mancanza di contenuti. Continuano a imparare. Continuano a ricevere. Continuano a cercare. Eppure: non arrivano alla conoscenza della verità. Questo dovrebbe scuotere profondamente il cristianesimo moderno. Perché significa che imparare continuamente non equivale automaticamente a essere trasformati.

Chi mi sta trascinando?

La parola decisiva è: “trascinate”. Qualcosa le conduce. Qualcosa esercita una forza sulla loro vita. Paolo identifica questa forza nelle loro passioni. Il testo non ci autorizza a inventare quali fossero precisamente tutti quei desideri. Ma il principio è chiarissimo: è possibile cercare continuamente conoscenza religiosa mentre la propria vita continua a essere governata dai propri desideri. Ed ecco una domanda molto seria: Quando apro la Scrittura, chi ha il diritto di correggere chi?. Sono io che porto i miei desideri davanti alla Parola? Oppure porto la Parola davanti ai miei desideri e accetto soltanto ciò che li conferma? Sono disposto a scoprire che ho torto? Sono disposto ad abbandonare qualcosa che desidero profondamente se Cristo mi mostra che non gli appartiene? Sono disposto ad ascoltare anche chi mi corregge?

Perché se cerco soltanto persone che confermano ciò che penso già, posso passare tutta la vita: sempre ad imparare e mai arrivando alla verità.

Quando cerco qualcuno che mi dia ragione

Il capitolo successivo completa questo quadro. Paolo scrive: «Verrà il tempo, infatti, in cui non sopporteranno la sana dottrina ma, per prurito di udire, si accumuleranno maestri secondo le loro proprie voglie.» 2 Timoteo 4:3 L’ordine è impressionante. Ci sono prima le proprie voglie. Poi vengono cercati i maestri. Questo significa che esiste una maniera profondamente religiosa di fuggire dalla verità. Non devo necessariamente smettere di ascoltare predicazioni. Posso semplicemente cambiare predicatore finché non ne trovo uno che mi dica quello che voglio sentire. Posso cambiare comunità. Cambiare insegnante. Cambiare interpretazione. Guardare altri cinquanta video. Cercare un’altra “parola”. Finché finalmente qualcuno conferma ciò che avevo già deciso di credere. A quel punto non sto cercando la verità. Sto cercando una giustificazione religiosa dei miei desideri.

Iannè e Iambrè: quando l’apparenza imita la realtà

Paolo continua: «Ora, come Iannè e Iambrè si opposero a Mosè, così anche costoro si oppongono alla verità...» 2 Timoteo 3:8 I nomi Iannè e Iambrè non vengono riportati nel racconto dell’Esodo. La tradizione ebraica li associava agli oppositori di Mosè, e Paolo utilizza quei nomi conosciuti dai suoi destinatari.

Per comprendere il paragone dobbiamo tornare a Esodo 7–8. Quando Mosè e Aaronne compiono alcuni segni davanti al faraone, anche i maghi d’Egitto riescono inizialmente a riprodurne alcuni. Questo dettaglio è estremamente interessante per il nostro argomento. L’imitazione può assomigliare alla realtà. Ma non può procedere indefinitamente. Arriva un momento nel quale i maghi non riescono più a riprodurre ciò che Dio sta facendo. In Esodo 8:19 arrivano a dichiarare: «Questo è il dito di Dio.» Paolo utilizza quell’immagine e conclude: «Ma non andranno più oltre, perché la loro stoltezza sarà manifesta a tutti...» 2 Timoteo 3:9 L’apparenza può impressionare per un periodo. Può perfino imitare alcuni elementi della realtà. Ma non può sostituire indefinitamente la realtà. Prima o poi il frutto manifesta la radice.

Tu, invece

A questo punto Paolo cambia completamente tono: «Tu, invece, hai seguito da vicino il mio insegnamento, la mia condotta, il mio proposito, la mia fede, la mia pazienza, il mio amore, la mia perseveranza...» 2 Timoteo 3:10 Queste parole sono fondamentali. Timoteo non aveva osservato soltanto l’insegnamento di Paolo. Aveva osservato anche: la sua condotta. Questo è cristianesimo reale. Dottrina e vita. Parole e condotta. Messaggio e carattere. Non perfezione, perché Paolo stesso non pretende mai di essere perfetto.

Ma una vita osservabile. Timoteo aveva visto come Paolo viveva ciò che predicava. Per chi insegna la Scrittura questa dovrebbe essere una delle verifiche più serie: la mia vita conferma progressivamente ciò che la mia bocca insegna?

Quando il ministero nutre le passioni

Qui dobbiamo permettere al testo di raggiungere anche chi predica. Perché posso denunciare le passioni degli altri mentre alimento le mie attraverso il ministero. Posso desiderare: visibilità; approvazione; riconoscimento; autorità; seguaci; denaro; successo; la sensazione di essere necessario; la convinzione di essere più spirituale degli altri. Nessuna piattaforma crea automaticamente questi desideri. I social non hanno inventato l’orgoglio umano. Ma possono diventare un luogo nel quale ciò che è già presente nel cuore trova continuamente nutrimento. Ed ecco perché dobbiamo avere il coraggio di domandarci: Perché sto predicando? Perché voglio che Cristo sia conosciuto? Oppure perché voglio essere conosciuto attraverso Cristo? Sto costruendo discepoli di Gesù? Oppure persone che dipendono da me? Voglio che imparino ad ascoltare Cristo? Oppure voglio diventare indispensabile nella loro vita?

Voglio annunciare il Vangelo? Oppure sto costruendo un’identità attorno all’idea di avere “un ministero”?

Dare nomi spirituali alle passioni

Qui l’apparenza religiosa diventa particolarmente difficile da riconoscere. Perché possiamo imparare a dare nomi spirituali ai nostri desideri. La mia ambizione può diventare: “la mia chiamata”. Il bisogno di essere riconosciuto può diventare: “Dio mi sta dando una piattaforma”. Il desiderio di avere persone attorno può diventare: “il mio ministero sta crescendo”. Il bisogno che le persone dipendano da me può essere chiamato: “discepolato”. La ricerca dell’approvazione può diventare: “voglio raggiungere più persone”. Attenzione: nessuna di queste cose è automaticamente sbagliata. Desiderare che molte persone conoscano Cristo è buono. Desiderare che un’opera porti frutto è buono. Servire molte persone non è peccato. Il problema è un altro: che cosa sta realmente governando il mio cuore? Perché posso fare esteriormente una cosa giusta per una motivazione sbagliata.

La persecuzione mette alla prova le motivazioni

Subito dopo Paolo dice: «Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati.» 2 Timoteo 3:12 Questo versetto deve essere utilizzato con equilibrio. Non significa che ogni volta che qualcuno ci critica siamo perseguitati. Possiamo essere criticati perché abbiamo sbagliato.

Possiamo essere contrastati perché siamo stati arroganti. Possiamo ricevere una correzione legittima. Ma rimane una verità fondamentale: la fedeltà a Cristo ha un costo. E questo mette sotto pressione le nostre motivazioni. Se servo principalmente per essere approvato, cosa farò quando l’obbedienza a Cristo mi farà perdere approvazione? Se predico principalmente per essere seguito, cosa farò quando la verità farà andare via qualcuno? Se costruisco il ministero per sentirmi importante, cosa accadrà quando Dio utilizzerà qualcun altro più di me? Una domanda può smascherare molte cose:

Non tutta l’opposizione dimostra che ho ragione

Questo punto è necessario proprio per combattere l’apparenza religiosa. Anche l’opposizione può essere utilizzata dall’orgoglio. Qualcuno mi corregge e io penso: “Mi perseguitano perché porto la verità.” Ma potrebbe non essere così. Potrei semplicemente aver bisogno di essere corretto. Per questo l’umiltà è indispensabile. Un discepolo non domanda soltanto: “Sono disposto a difendere la verità?” Domanda anche: “Sono disposto a essere corretto dalla verità?” Perché è molto più facile utilizzare la Bibbia per correggere cento persone che permettere a un versetto di correggere me.

La Scrittura deve prima correggere chi la predica

Ed è proprio qui che Paolo conduce Timoteo. Dopo aver parlato dell’inganno, degli uomini malvagi e della persecuzione, gli dice: «Tu, invece, persevera nelle cose che hai imparato e di cui sei stato convinto...» 2 Timoteo 3:14

Poi arriva uno dei testi più conosciuti della Scrittura: «Tutta la Scrittura è divinamente ispirata e utile a insegnare, a convincere, a correggere e a educare nella giustizia.» 2 Timoteo 3:16 Spesso utilizziamo questo versetto per spiegare che la Bibbia serve a insegnare gli altri. Ed è vero. Ma serve anche a: convincere. correggere. educare. Quindi quando apro la Scrittura per preparare una predicazione, prima di chiedermi: “Come posso spiegare questo agli altri?” dovrei domandarmi: “Che cosa sta correggendo questo testo dentro di me?”. Altrimenti può accadere qualcosa di terribile: divento molto bravo a utilizzare una Parola alla quale personalmente non permetto più di toccarmi.

Gesù non ci chiama a costruire un’immagine

Gesù non ha chiamato i discepoli dicendo: “Costruite una reputazione spirituale.” Ha detto: «Seguimi.» Il discepolato nasce qui. Seguire Cristo significa permettergli di portarci anche dove non avremmo scelto di andare. Significa permettergli di correggere quello che amiamo. Significa perdere qualcosa. Significa rinnegare noi stessi. Gesù dice:

«Se uno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.» Matteo 16:24 Questo è esattamente l’opposto di una religione costruita intorno all’ego. L’apparenza religiosa può utilizzare Cristo per costruire me stesso. Il discepolato utilizza perfino la mia vita affinché Cristo venga manifestato. Giovanni Battista lo espresse con parole semplicissime: «Bisogna che egli cresca e che io diminuisca.» Giovanni 3:30

Il problema non è avere desideri, ma esserne trascinati

Dobbiamo evitare anche un altro errore. Il cristianesimo non consiste nel diventare persone senza desideri. Paolo non dice che quelle donne possedevano desideri. Dice che erano: trascinate dalle passioni. Questa è la differenza. Posso desiderare che molte persone ascoltino il Vangelo. Ma quel desiderio è sottomesso a Cristo? Posso desiderare che una comunità cresca. Ma quel desiderio è sottomesso a Cristo? Posso desiderare di insegnare. Ma quel desiderio è sottomesso a Cristo? Posso desiderare che ciò che faccio porti frutto. Ma quel desiderio è sottomesso a Cristo? Il problema comincia quando il desiderio non viene più portato davanti a Gesù. È il desiderio che comincia a trascinare me. E quando una passione mi trascina, esiste il rischio che inizi a cercare perfino nella Bibbia qualcosa che la giustifichi.

Sempre ad imparare o sempre a trasformarmi?

A questo punto dobbiamo tornare alla frase iniziale:

«Sempre ad imparare...» Non c’è niente di sbagliato nell’imparare continuamente. Dobbiamo farlo. Il problema è: che cosa sta producendo ciò che sto imparando? Giacomo scrive: «Siate facitori della parola e non uditori soltanto, ingannando voi stessi.» Giacomo 1:22 Notiamo la parola: ingannando. Esiste quindi una forma di autoinganno religioso. Ascolto. Conosco. Approvo. Magari insegno. Ma non faccio. E la conoscenza stessa può convincermi che sto bene semplicemente perché conosco la risposta corretta. Ma Gesù non ci ha chiamati soltanto a conoscere le sue parole. Alla fine del Sermone sul monte parla di chi: «ode queste mie parole e le mette in pratica.» Matteo 7:24 La differenza non è semplicemente nell’ascolto. Entrambi ascoltano. La differenza è ciò che accade dopo aver ascoltato.

Il test più duro: quando la verità mi contraddice

È facile amare la verità quando conferma ciò che penso. La prova arriva quando la verità mi contraddice. Quando mi dice:

perdona. Rinuncia. Confessa. Aspetta. Servi. Umiliati. Chiedi perdono. Non rispondere al male con il male. Ama il tuo nemico. Lascia andare ciò che ti sta governando. È lì che scopriamo se amiamo realmente la verità oppure amiamo soltanto la parte della verità che coincide con noi. La verità che non può contraddirmi non è più il mio Signore. È diventata il mio strumento.

Prima di guardare gli altri

A questo punto sarebbe facilissimo terminare questo studio pensando a qualche predicatore. A qualche pastore. A qualche influencer cristiano. A qualche persona della nostra comunità. Sarebbe il modo più semplice per perdere completamente il messaggio. La prima domanda non è: “Chi conosco che è così?” La prima domanda è: “Dove sono io in questo testo?”. Sono ancora correggibile? Sono disposto a cambiare idea davanti alla Scrittura? Cerco persone che mi dicano la verità oppure soltanto persone che confermino quello che penso? La mia vita privata conferma progressivamente quello che mostro pubblicamente? Come reagisco quando qualcun altro riceve il riconoscimento che desideravo? Come reagisco quando vengo corretto?

Come reagisco quando l’obbedienza costa? Come reagisco quando servire Cristo non produce nessun vantaggio visibile? Queste domande cominciano a separare l’apparenza dalla realtà.

Conclusione: Cristo torna a essere il Signore

STRUMENTO E TORNA A ESSERE IL SIGNORE Il problema dell’apparenza religiosa non è semplicemente che qualcuno finge. Può esistere qualcosa di ancora più sottile. Possiamo cominciare sinceramente con Cristo e progressivamente permettere ad altri desideri di prendere spazio. Il bisogno di approvazione. Il desiderio di essere riconosciuti. La necessità di avere ragione. Il bisogno di sentirci importanti. La ricerca della comodità. Il denaro. Il piacere. Il ministero stesso. E possiamo continuare a parlare di Gesù mentre queste cose cominciano lentamente a guidarci. Per questo 2 Timoteo 3 non deve diventare una lente con cui esaminiamo continuamente gli altri. Deve diventare uno specchio. Ho l’apparenza della pietà o la sua realtà sta trasformando la mia vita? Sto imparando continuamente oppure sto anche ubbidendo? Sto cercando la verità oppure sto cercando conferme? Quando la Parola mi contraddice, mi arrendo alla Parola o cerco un’altra interpretazione che protegga ciò che desidero? E soprattutto: Perché faccio quello che faccio?. Perché predico? Perché servo?

Perché voglio che qualcosa cresca? Perché desidero essere ascoltato? Perché voglio avere persone intorno? La domanda finale non è se abbiamo un ministero grande o piccolo. Non è quanti follower abbiamo. Non è quante persone ci ascoltano. Non è quante cose sappiamo della Bibbia. La domanda è molto più profonda: Sto usando ciò che Dio mi ha affidato per rendere visibile Cristo, oppure sto usando Cristo per rendere visibile me stesso?. Perché possiamo parlare della verità senza essere governati dalla verità. Possiamo imparare continuamente senza permettere alla verità di correggerci. Possiamo predicare Cristo mentre cerchiamo noi stessi. Possiamo avere l’apparenza della pietà e averne rinnegato la potenza. Ma il Vangelo non ci chiama ad apparire trasformati. Ci chiama a seguire Cristo. E seguire Cristo significa permettergli continuamente di portare alla luce ciò che ci governa, correggerlo, sottometterlo e trasformarlo. Perché alla fine il vero discepolato non produce persone che hanno imparato a sembrare cristiane. Produce persone che, giorno dopo giorno, stanno imparando a vivere sotto la signoria di Cristo. Marco Torre

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