Studio biblico · PDF · 14 pagine
Come deve essere una chiesa in casa
Non basta spostare la riunione dall’edificio al salotto. Deve cambiare il modo in cui viviamo il corpo di Cristo.
Studio biblico di Marco Torre sulla chiesa in casa: Cristo come Capo, partecipazione del corpo, doni spirituali, formazione dei discepoli e moltiplicazione.
AutoreMarco TorreFondatore di SCEB e autoreIntroduzione
Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di chiese in casa. Molti cristiani stanno riscoprendo una realtà che nel Nuovo Testamento troviamo diverse volte: credenti che si riuniscono nelle case, condividono la vita, pregano, ascoltano la Parola e camminano insieme. Ma dobbiamo farci una domanda molto seria: basta riunirsi in una casa per essere una chiesa in casa secondo il modello che vediamo nel Nuovo Testamento? Possiamo togliere l’edificio, eliminare le file di sedie, spostare tutto dentro un salotto e continuare a riprodurre esattamente lo stesso schema. Una persona davanti, una o due persone con il microfono, qualcuno con la chitarra o il pianoforte, un momento di canto, una predicazione e tutti gli altri seduti ad ascoltare. Alla fine ci salutiamo e torniamo a casa. Abbiamo cambiato il luogo, ma non necessariamente il modo di vivere la chiesa. Il problema non è il microfono. Non è la chitarra. Non è il pianoforte. Non è nemmeno il fatto che qualcuno insegni. La Scrittura riconosce chiaramente ministeri, anziani, conduttori, insegnanti e persone chiamate a servire il corpo in responsabilità particolari. Il problema nasce quando il ministero di alcuni sostituisce la partecipazione del corpo e quando, invece di formare persone capaci di crescere, servire e a loro volta accompagnare altri, creiamo nuovamente un gruppo dipendente da poche figure centrali. Se portiamo questo sistema dentro una casa, rischiamo di avere semplicemente costruito una piccola versione di ciò da cui pensavamo di essere usciti.
La chiesa è un corpo
Per comprendere la chiesa dobbiamo partire da un’immagine che il Nuovo Testamento utilizza continuamente: il corpo. «Ora voi siete il corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per parte sua» (1 Corinzi 12:27).
Questa immagine cambia completamente il nostro modo di vedere una comunità cristiana. Nel corpo non esistono soltanto una bocca e tante orecchie. Non esiste una parte che vive mentre tutte le altre assistono. Ogni membro possiede una funzione e ogni membro appartiene agli altri. Paolo lo spiega chiaramente quando dice che «il corpo non è un sol membro, ma molte membra» (1 Corinzi 12:14). Questo significa che una persona appena arrivata e un credente maturo non hanno necessariamente la stessa responsabilità, la stessa conoscenza o lo stesso ministero, ma entrambi devono essere considerati parte del corpo. Chi è appena nato spiritualmente dovrà essere accompagnato, istruito e protetto. Chi è più maturo avrà maggiori responsabilità. Ma lo scopo non può essere mantenere per anni alcuni cristiani nella posizione di spettatori mentre altri diventano indispensabili. La maturità del corpo dovrebbe produrre progressivamente partecipazione, responsabilità e capacità di servire.
Il ruolo dei ministeri: formare, non accentrare
ACCENTRARE Ed è proprio qui che Efesini 4 ci aiuta a comprendere il ruolo di coloro che hanno ricevuto ministeri di guida. Paolo scrive che Cristo «ha dato alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti e altri come pastori e dottori, per il perfezionamento dei santi, per l’opera del ministero e per l’edificazione del corpo di Cristo» (Efesini 4:11-12). Il ministero, quindi, non dovrebbe accentrare il servizio, ma preparare i santi a servire. Questa differenza è enorme. Il conduttore biblico non dovrebbe pensare: “Come posso fare tutto meglio degli altri?”. Dovrebbe domandarsi: “Come posso aiutare queste persone a diventare mature in Cristo e capaci di servire?”.
Un insegnante non dovrebbe creare persone che possono comprendere la Bibbia soltanto quando lui la spiega. Dovrebbe insegnare loro progressivamente a conoscere, studiare e vivere la Parola. Chi sa pregare dovrebbe aiutare altri a pregare. Chi ha esperienza dovrebbe accompagnare chi ne ha meno. Chi ha ricevuto un dono dovrebbe utilizzarlo per servire. Chi cresce dovrebbe essere preparato a prendersi cura di altri. Questo porta naturalmente alla moltiplicazione. Paolo continua infatti descrivendo un corpo che cresce «secondo l’energia propria di ogni singola parte» (Efesini 4:16). Questa espressione è fondamentale: ogni singola parte. La crescita della chiesa non dipende soltanto dalla forza del conduttore. Il corpo cresce quando le sue diverse parti vengono collegate a Cristo e imparano a funzionare.
Partecipazione non significa confusione
E qui arriviamo a uno dei testi più importanti per comprendere gli incontri dei primi cristiani. Paolo scrive ai Corinzi: «Che conviene dunque fare, fratelli? Quando vi radunate, avendo ciascuno di voi un salmo, o una dottrina, o una lingua, o una rivelazione, o una interpretazione, si faccia ogni cosa per l’edificazione» (1 Corinzi 14:26).
Notiamo qualcosa di straordinario: «ciascuno di voi». Paolo non descrive una riunione nella quale necessariamente una sola persona prepara tutto e gli altri ricevono passivamente. Esiste una partecipazione del corpo. Questo non significa che durante ogni incontro tutti debbano obbligatoriamente parlare. Non significa nemmeno trasformare la riunione in un luogo nel quale chiunque dice qualsiasi cosa gli passi per la mente. Infatti lo stesso capitolo stabilisce dei limiti.
Paolo conclude: «Ma ogni cosa sia fatta con decoro e con ordine» (1 Corinzi 14:40).
Quindi partecipazione non significa confusione. Dire che desideriamo che sia lo Spirito Santo a guidare l’incontro non significa spegnere il discernimento, ignorare la Scrittura o creare una situazione nella quale tutti parlano contemporaneamente sostenendo: “Lo Spirito mi ha detto”. Lo Spirito Santo non deve diventare la giustificazione del disordine. Ma nemmeno l’ordine deve diventare la giustificazione per spegnere il corpo. È possibile avere ordine e partecipazione. È possibile avere una guida riconosciuta e lasciare spazio agli altri. È possibile avere insegnamento senza trasformare l’insegnante nel centro dell’incontro.
Cristo è il centro, lo Spirito distribuisce i doni
DONI La guida dello Spirito Santo non elimina le responsabilità che Dio ha affidato agli uomini. Le mette nel posto corretto. Chi conduce deve vigilare, discernere, proteggere, insegnare e indirizzare verso Cristo e verso la Parola. Ma proprio perché conduce, dovrebbe avere come obiettivo quello di aiutare gli altri a crescere.
Il centro non è il conduttore.
Il centro è Cristo.
E il vero Conduttore della chiesa rimane lo Spirito Santo, che distribuisce i suoi doni all’interno del corpo. Paolo dice: «Or vi sono diversità di doni, ma non vi è che un medesimo Spirito. Vi sono anche diversità di ministeri, ma non vi è che un medesimo Signore. Vi sono parimenti diversità di operazioni, ma non vi è che un medesimo Dio, il quale opera tutte le cose in tutti. Or a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per l’utilità comune» (1 Corinzi 12:4-7).
Ancora una volta troviamo un’espressione importante: «a ciascuno». E troviamo anche lo scopo: «per l’utilità comune». Il dono che Dio mette in una persona non serve a renderla protagonista. Serve al corpo. Per questo una chiesa in casa dovrebbe diventare un luogo nel quale progressivamente impariamo a riconoscere ciò che Dio sta facendo anche negli altri. Uno può condividere ciò che ha compreso nella Parola. Un altro può portare una testimonianza. Qualcuno può pregare. Qualcuno può incoraggiare. Chi ha maggiore maturità può insegnare. Una persona può avere bisogno di essere ascoltata. Un’altra può avere qualcosa con cui edificare il gruppo.
Gli uni gli altri
Colossesi 3:16 dice: «La parola di Cristo abiti in voi copiosamente, in ogni sapienza, istruendovi ed esortandovi gli uni gli altri con salmi, inni e cantici spirituali, cantando con grazia nei vostri cuori al Signore». C’è una dimensione reciproca: gli uni gli altri. Questo principio attraversa continuamente il Nuovo Testamento. Amatevi gli uni gli altri. Servitevi gli uni gli altri. Esortatevi gli uni gli altri. Pregate gli uni per gli altri. Portate i pesi gli uni degli altri. Istruitevi gli uni gli altri. La vita della chiesa non può essere ridotta a ciò che avviene tra un pulpito e una platea.
La casa come luogo di vita condivisa
Questo diventa ancora più evidente quando guardiamo alla comunità descritta negli Atti: «Ed erano perseveranti nel seguire l’insegnamento degli apostoli, nella comunione, nel rompere il pane e nelle preghiere» (Atti 2:42).
La Parola era presente. L’insegnamento era presente. Gli apostoli avevano un ruolo reale e riconosciuto. Ma insieme all’insegnamento troviamo comunione, pane condiviso, preghiera e vita. Poco dopo leggiamo che «rompevano il pane di casa in casa, prendevano il cibo insieme con gioia e semplicità di cuore» (Atti 2:46). La casa offre qualcosa di particolarmente prezioso: la possibilità di conoscersi veramente. In una grande riunione posso sedermi vicino a una persona per mesi senza sapere praticamente nulla della sua vita. In una casa diventa più difficile nascondersi dietro una sedia. Mangiamo insieme. Parliamo. Vediamo le difficoltà. Ascoltiamo le domande. Conosciamo i figli, le famiglie, le debolezze e le vittorie. Possiamo pregare concretamente gli uni per gli altri. La casa, però, non produce automaticamente questa realtà. Possiamo essere quindici persone in un salotto e continuare a comportarci come se fossimo cinquecento in un auditorium. Possiamo perfino mettere un piccolo pulpito davanti al divano e ricostruire lo stesso sistema.
Il pericolo del protagonismo
Ed è qui che dobbiamo stare molto attenti al protagonismo. La chiesa in casa non deve diventare l’occasione per qualcuno che non aveva un pulpito altrove di costruirsene finalmente uno nel proprio salotto. Non dobbiamo uscire dal monopolio di un uomo per costruire il monopolio di un altro.
Se una persona apre la propria casa, questo non la rende automaticamente il centro spirituale di tutti gli altri. Se insegna bene, deve insegnare. Se possiede esperienza, deve metterla a disposizione. Se ha responsabilità di conduzione, deve esercitarla seriamente. Ma tutto questo deve avere una direzione: Cristo deve crescere nelle persone e le persone devono diventare progressivamente capaci di camminare con Dio, servire il corpo e accompagnare altri. Pietro scrive: «Ciascuno metta al servizio degli altri il dono che ha ricevuto, come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio» (1 Pietro 4:10).
Il dono viene ricevuto, ma deve essere messo al servizio degli altri.
Come misuriamo il successo?
Questo cambia anche il nostro concetto di successo. Una chiesa in casa non ha necessariamente successo perché il conduttore predica benissimo. Non ha successo perché il momento musicale è emozionante. Non ha successo perché ogni settimana arrivano molte persone. Una domanda molto più importante è: le persone stanno crescendo? Stanno imparando a conoscere la Parola? Stanno imparando a pregare? Stanno sviluppando discernimento? Stanno scoprendo come servire? Stanno imparando a prendersi cura gli uni degli altri? Stanno diventando capaci di accompagnare qualcun altro?
Cristo sta prendendo forma in loro?
Perché se dopo anni tutto continua a dipendere dalla stessa persona, dobbiamo almeno domandarci se abbiamo veramente formato un corpo oppure semplicemente costruito un pubblico più piccolo.
La moltiplicazione è formare persone
Ed è qui che entra la moltiplicazione. La moltiplicazione biblica non consiste semplicemente nell’aprire altre riunioni. Consiste nel formare persone. Paolo dice a Timoteo: «E le cose che hai udite da me in presenza di molti testimoni, affidale a uomini fedeli, che siano capaci di insegnarle anche ad altri» (2 Timoteo 2:2).
Paolo affida a Timoteo. Timoteo affida a uomini fedeli. Quegli uomini devono diventare capaci di insegnare ad altri. Questa è moltiplicazione. Se tutto rimane in Paolo, il processo si ferma. Se tutto rimane in Timoteo, il processo si ferma. Se tutto rimane nel conduttore della nostra chiesa in casa, il processo si ferma.
Chi conduce non deve diventare indispensabile
NON DEVE DIVENTARE INDISPENSABILE Per questo chi conduce deve combattere contro una tentazione molto sottile: diventare indispensabile. Può sembrare spirituale essere quello che sa sempre cosa dire, quello che prega sempre, quello che insegna sempre, quello che risolve sempre i problemi e quello a cui tutti telefonano. Ma un buon padre non desidera figli eternamente incapaci di camminare. Li accompagna perché crescano. Allo stesso modo, il ministero dovrebbe condurre le persone verso una dipendenza sempre più profonda da Dio, non verso una dipendenza sempre più profonda dal ministro.
Questo non elimina l’autorità spirituale, il rispetto, la correzione o la sottomissione reciproca. Li mette al servizio della crescita. Chi guida non deve abbandonare il corpo a se stesso dicendo: “Faccia tutto lo Spirito Santo”. Deve piuttosto imparare a riconoscere ciò che lo Spirito Santo sta facendo nel corpo. Deve dare spazio senza perdere il discernimento. Correggere senza controllare tutto. Insegnare senza monopolizzare. Proteggere senza soffocare. Accompagnare senza rendere dipendenti. E soprattutto deve essere disposto a vedere altre persone crescere fino al punto da poter fare ciò che prima faceva soltanto lui.
Quando il corpo comincia a crescere
Questo è uno dei segni più belli di un ministero che sta portando frutto. Quando qualcuno che inizialmente ascoltava comincia a comprendere la Parola. Quando chi aveva paura di pregare comincia a pregare per altri. Quando chi aveva bisogno continuamente di essere sostenuto comincia a sostenere qualcun altro. Quando un discepolo diventa capace di accompagnare un altro discepolo. Quando una casa diventa troppo piena e invece di costruire attorno a una personalità si formano persone capaci di aprire altre case e continuare lo stesso cammino.
Allora il corpo sta crescendo.
Allora stiamo andando verso la moltiplicazione.
Non è una questione di edificio o salotto
Per questo dobbiamo stare attenti a non confondere una chiesa in casa con una riunione religiosa fatta dentro una casa. La differenza non è semplicemente geografica. È una questione di vita, relazioni, partecipazione, crescita e moltiplicazione. Possiamo avere un edificio e vivere alcuni di questi principi. Possiamo avere una casa e tradirli completamente. Il punto non è demonizzare l’edificio né santificare automaticamente il salotto. La domanda è: come stiamo vivendo il corpo di Cristo? Se cinque persone fanno tutto e cinquanta guardano, dobbiamo interrogarci. Se una persona diventa indispensabile per qualsiasi decisione spirituale, dobbiamo interrogarci. Se nessuno cresce abbastanza da poter servire qualcun altro, dobbiamo interrogarci. Se dopo anni continuiamo ad avere ascoltatori invece di discepoli, dobbiamo interrogarci. Perché lo scopo non è costruire il nostro piccolo regno. Lo scopo è vedere Cristo formato nelle persone.
Ordine, doni e funzioni differenti
Una chiesa in casa dovrebbe quindi essere un luogo nel quale Cristo è il Capo, la Parola rimane il riferimento, lo Spirito Santo guida, chi ha responsabilità conduce con ordine e discernimento, i doni vengono messi al servizio degli altri, le persone crescono attraverso la partecipazione e l’esperienza, i discepoli imparano a prendersi cura di altri discepoli e ciò che Dio sta facendo può progressivamente moltiplicarsi. Non significa che tutti abbiano la stessa funzione.
Paolo stesso domanda: «Sono forse tutti apostoli? Sono forse tutti profeti? Sono forse tutti dottori?» (1 Corinzi 12:29). La risposta è no. Unità non significa uniformità e partecipazione non significa assenza di ruoli. Proprio perché siamo un corpo, abbiamo funzioni differenti. La mano non deve diventare occhio. L’occhio non deve diventare piede. Ma nessun membro dovrebbe convincersi che tutto il corpo esista per guardarlo funzionare. Questo vale anche per chi conduce. Il conduttore è parte del corpo. Non è il corpo.
Cristo è il Capo.
Come entriamo nella riunione?
E quando comprendiamo questo, cambia perfino il modo in cui entriamo in una riunione. Non arriviamo soltanto pensando: “Che cosa riceverò questa sera?”. Possiamo iniziare a domandarci:
“Signore, come posso essere utile al corpo?”. Forse quella sera dovrai soltanto ascoltare. Forse avrai bisogno di ricevere. Forse qualcuno dovrà correggerti. Forse avrai qualcosa da condividere. Forse dovrai pregare per una persona. Forse dovrai semplicemente sederti accanto a qualcuno che sta attraversando una difficoltà.
Non importa essere visibili.
Importa essere disponibili.
Perché il corpo non cresce quando tutti cercano un microfono. Il corpo cresce quando ogni membro impara a servire secondo ciò che Dio gli ha affidato.
Conclusione: formare discepoli intorno a Cristo
CRISTO Questa è la chiesa che desideriamo vedere nelle case: non un piccolo palcoscenico, non una copia ridotta di un sistema basato sugli spettatori e nemmeno un luogo senza guida nel quale ognuno fa ciò che vuole.
Desideriamo un corpo.
Un corpo ordinato. Un corpo guidato dallo Spirito Santo. Un corpo fondato sulla Parola. Un corpo nel quale chi conduce forma, protegge, insegna e accompagna senza diventare il centro. Un corpo nel quale ogni membro viene aiutato a crescere fino a diventare capace di servire. Un corpo che non dipende dalla personalità di un uomo, ma rimane unito a Cristo. Perché se spostiamo semplicemente il pulpito dall’edificio al salotto, non abbiamo ancora compreso la chiesa in casa.
Abbiamo soltanto cambiato indirizzo.
La vera domanda è un’altra: stiamo costruendo persone intorno a noi oppure stiamo formando discepoli intorno a Cristo? Se Cristo è veramente il Capo, chi conduce non avrà paura di vedere gli altri crescere.
Li preparerà proprio per questo. E quando quei discepoli saranno capaci di accompagnarne altri, la chiesa non sarà più costruita attorno al monopolio di pochi. Sarà un corpo che cresce, serve e si moltiplica, mentre ogni membro riceve da Cristo e mette ciò che ha ricevuto al servizio degli altri.
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