SCEBScuola di conoscenza ed esperienza biblica

Studio biblico · PDF · 13 pagine

Dio ti ha parlato… e adesso?

Ascoltare lo Spirito è l’inizio della responsabilità

Come capire se Dio ti ha parlato? Uno studio biblico per discernere ciò che ricevi, esaminarlo con la Scrittura e rispondere con umiltà e ubbidienza.

Foto di Marco TorreAutoreMarco TorreFondatore di SCEB e autore

Introduzione

Ascoltare lo Spirito non è il punto di arrivo. È l’inizio della responsabilità. Uno dei problemi della Chiesa non è soltanto imparare ad ascoltare lo Spirito Santo. È imparare cosa fare quando crediamo di averlo ascoltato. A volte sembra che il punto più alto della vita spirituale sia poter dire: «Dio mi ha parlato», «ho ricevuto una parola», «lo Spirito mi ha mostrato qualcosa». Ma poter raccontare un’esperienza spirituale non dimostra automaticamente maturità. Se ciò che abbiamo ricevuto viene realmente da Dio, quella esperienza non ci rende più importanti: ci rende più responsabili. Paolo scrive: «Ora a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per l’utilità comune.» 1 Corinzi 12:7 Questa frase mette subito ordine. La manifestazione dello Spirito non ci viene data per costruire una reputazione spirituale, sentirci superiori o dimostrare quanto Dio ci usa. Viene data per servire. Perciò, quando crediamo che Dio ci abbia mostrato qualcosa, la prima domanda non dovrebbe essere: «A chi posso raccontarlo?» Dovrebbe essere: «Signore, perché me lo hai mostrato?» Forse dobbiamo pregare. Forse incoraggiare qualcuno. Potrebbe esserci qualcosa da comunicare oppure un avvertimento da dare. Ma potrebbe anche essere necessario aspettare, custodire ciò che abbiamo ricevuto o semplicemente tacere. Il fatto di aver percepito qualcosa non significa automaticamente avere ricevuto anche il mandato di comunicarlo. E prima ancora dobbiamo affrontare una questione fondamentale: siamo sicuri che ciò che abbiamo percepito venga realmente da Dio?

Non tutto quello che senti è la voce di Dio

Nella vita spirituale possiamo sperimentare impressioni, pensieri improvvisi, sogni, immagini, intuizioni o convinzioni interiori molto forti. Non dobbiamo disprezzare queste cose, ma nemmeno attribuirle automaticamente allo Spirito Santo. La nostra mente esiste. Le nostre emozioni esistono. Le ferite, le paure, i desideri e le aspettative possono influenzare ciò che percepiamo. Per questo Paolo non insegna né a rifiutare tutto né ad accettare tutto: «Non spegnete lo Spirito. Non disprezzate le profezie. Provate ogni cosa, ritenete il bene.» 1 Tessalonicesi 5:19-21 L’equilibrio biblico è evidente. Non spegnere lo Spirito, ma esamina ciò che ricevi. Essere aperti all’azione dello Spirito Santo non significa diventare creduloni. Allo stesso modo, essere prudenti non significa diventare scettici verso tutto ciò che è soprannaturale. La maturità impara a stare in mezzo a questi due estremi: aperta allo Spirito, sottomessa alla Scrittura e disposta a discernere.

«Dio mi ha detto» è una frase pesante

Dovremmo utilizzare questa frase con maggiore sobrietà. Quando diciamo «Dio mi ha detto», stiamo attribuendo direttamente a Dio qualcosa che abbiamo percepito noi. E noi possiamo sbagliare. Potremmo aver ricevuto qualcosa di autentico e averlo interpretato male. Potremmo aver mescolato un’impressione spirituale con le nostre aspettative. Potremmo persino essere completamente fuori strada. Per questo spesso è più sano dire: «Credo che il Signore mi stia mostrando questo.» Oppure: «Ho questa impressione e voglio verificarla.» Non è mancanza di fede. È riconoscere che Dio è infallibile, mentre noi non lo siamo. Se una parola viene realmente da Dio non dobbiamo avere paura di sottoporla a esame. La verità non viene indebolita dal discernimento.

La Scrittura è il primo filtro

Qualunque cosa crediamo di ricevere deve essere confrontata con ciò che Dio ha già rivelato.

Gesù disse dello Spirito Santo: «Egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto.» Giovanni 14:26 E ancora: «Quando però sarà venuto lui, lo Spirito di verità, egli vi guiderà in ogni verità.» Giovanni 16:13 Lo Spirito Santo non conduce contro la verità che Egli stesso ha ispirato. Questo significa che nessuna esperienza personale può diventare un’autorità superiore alla Scrittura. Non possiamo dire: «So che la Bibbia insegna questo, ma Dio ha detto a me il contrario». Se ciò che crediamo di aver ricevuto contraddice chiaramente ciò che Dio ha già rivelato, il problema non è la Scrittura. Il problema è il nostro discernimento. Ma anche qui serve attenzione. Non basta trovare un versetto che somigli alla nostra impressione per dichiararla confermata da Dio. Possiamo prendere una frase fuori contesto e utilizzarla per sostenere praticamente qualsiasi cosa. Il discernimento non domanda soltanto: «Ho trovato un versetto?» Domanda: «Che cosa sta realmente dicendo quel versetto?» La Parola deve giudicare la nostra impressione. Non dobbiamo piegare la Parola per confermare ciò che abbiamo già deciso di credere.

Il discernimento non è soltanto privato

Nella comunità di Corinto Paolo scrive: «Parlino due o tre profeti, e gli altri giudichino.» 1 Corinzi 14:29 Questo dettaglio è molto importante. Persino ciò che veniva pronunciato profeticamente nella comunità non veniva considerato automaticamente intoccabile. Veniva sottoposto al discernimento degli altri. Perciò il credente che dice: «Dio ha parlato a me, quindi nessuno può mettere in discussione ciò che dico» non sta seguendo il modello che vediamo nel Nuovo Testamento.

Sottoporre qualcosa non significa disprezzarlo. Significa riconoscere che siamo parte di un corpo e che possiamo avere bisogno dello sguardo di altri credenti maturi. Naturalmente non dobbiamo trasformare ogni impressione in un sondaggio pubblico. È molto più utile confrontarsi con persone sobrie, radicate nella Scrittura e abbastanza libere da noi da poterci dire anche: «Non credo che venga da Dio», oppure: «Aspetterei prima di agire». Abbiamo bisogno di persone che ci aiutino a discernere, non di persone che alimentino continuamente il nostro ego spirituale.

Prima di chiederti se devi parlare, chiediti perché Dio te lo avrebbe mostrato Se credi che il Signore ti abbia mostrato qualcosa riguardo a qualcuno, non dare automaticamente per scontato che tu debba andare a raccontarglielo. Fermati. Forse Dio ti sta invitando a pregare per quella persona. Forse vuole farti vedere una sofferenza perché tu possa trattarla con maggiore misericordia. Forse ti sta mostrando un bisogno perché tu possa servire. Potrebbe anche esserci qualcosa da dire, ma questo deve essere sottoposto a discernimento. Ricevere un’informazione non equivale automaticamente a ricevere un mandato. Ci sono momenti nei quali parlare è ubbidienza e altri nei quali l’ubbidienza consiste nel tacere. Anche una parola vera può essere comunicata nel momento sbagliato, nel modo sbagliato o con una motivazione sbagliata. Per questo non dobbiamo vivere sotto la pressione di dover comunicare immediatamente tutto ciò che percepiamo. Possiamo pregare. Aspettare. Osservare. A volte, dopo qualche giorno, ciò che sembrava urgentissimo perde completamente peso. Anche questo può aiutarci a discernere.

Guarda anche il frutto

Gesù disse: «Li riconoscerete dai loro frutti.» Matteo 7:16

Nel contesto Gesù sta parlando dei falsi profeti. Non dobbiamo quindi utilizzare quel versetto come una formula universale per stabilire automaticamente l’origine di ogni impressione. Tuttavia il tema del frutto rimane fondamentale nel Nuovo Testamento. Paolo descrive il frutto dello Spirito: «Amore, gioia, pace, pazienza, gentilezza, bontà, fede, mansuetudine, autocontrollo.» Galati 5:22-23 Quando credi di aver ricevuto qualcosa, osserva anche ciò che quella esperienza sta producendo in te. Ti rende più umile o più importante ai tuoi occhi? Sta producendo compassione oppure sospetto verso tutti? Ti porta a servire o ti crea il bisogno di raccontare quanto sei spirituale? Ti rende più disposto a essere corretto oppure sempre più convinto di possedere una comprensione che gli altri non hanno? Questo non significa che una parola proveniente da Dio debba essere sempre piacevole. Dio corregge, riprende e avverte. Ma anche quando corregge, lo Spirito non alimenta la nostra vanità.

Serve la persona o serve il mio ego?

Questa è una domanda che dovremmo avere il coraggio di farci. Quello che sto per comunicare aiuterà veramente questa persona o servirà soprattutto a dimostrare che io sento Dio? Paolo ha già stabilito il criterio: «A ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per l’utilità comune.» 1 Corinzi 12:7 Il dono è uno strumento di servizio. Questo ci porta a una distinzione molto importante: dono e maturità non sono la stessa cosa. I credenti di Corinto ne sono un esempio evidente. Paolo dice loro: «Non vi manca alcun dono.» 1 Corinzi 1:7 Eppure poco dopo deve dire:

«Poiché siete ancora carnali; infatti, poiché fra voi c’è invidia, contesa e divisioni, non siete voi carnali?» 1 Corinzi 3:3 Avevano manifestazioni spirituali, ma avevano ancora bisogno di crescere nel carattere. Questo dovrebbe liberarci dall’idea che una persona sia automaticamente matura perché profetizza, ha visioni, prega per i malati o manifesta qualche dono. Una persona può essere realmente usata da Dio e avere ancora enormi aree nelle quali deve maturare. Il dono mostra la grazia di Dio. Non certifica automaticamente il carattere dell’uomo che lo esercita.

La maturità si vede nell’ubbidienza

Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce, io le conosco ed esse mi seguono.» Giovanni 10:27 Spesso ci concentriamo sulle parole: «ascoltano la mia voce». Ma Gesù continua: «Ed esse mi seguono.» Questo sposta completamente il centro. Non basta chiedersi se siamo capaci di percepire qualcosa spiritualmente. La domanda è cosa facciamo con ciò che Cristo ci ha già mostrato. Possiamo parlare continuamente di chiamate, ministeri, profezie e direzioni future e contemporaneamente trascurare comandi chiarissimi della Scrittura. Perdona. Ama. Non mentire. Servi. Sii fedele. Controlla la lingua. Abbi misericordia.

Prega. Mantieni la parola data. Se trascuriamo ciò che Dio ha già reso chiarissimo, non dovremmo essere ossessionati dal ricevere indicazioni su ciò che è ancora oscuro. Il soprannaturale non sostituisce l’ubbidienza quotidiana.

Una parola non deve diventare uno strumento di controllo Una delle frasi spiritualmente più pericolose può diventare: «Dio mi ha detto che tu devi...» Con poche parole possiamo mettere una pressione enorme sulla coscienza di un’altra persona. Se credi che Dio ti abbia mostrato qualcosa per qualcuno, comunicalo senza rubargli la responsabilità di discernere davanti al Signore. Puoi dire: «Pregando ho avuto questa impressione. Valutala davanti al Signore.» Questo lascia spazio alla persona, alla Scrittura e allo Spirito Santo. Dire invece: «Dio mi ha detto che devi fare questo, e se non lo fai stai disubbidendo a Dio» può trasformare un dono che dovrebbe servire in uno strumento di manipolazione. Non abbiamo ricevuto i doni per governare la coscienza degli altri.

Il dono deve essere amministrato

Pietro scrive: «Ciascuno metta al servizio degli altri il dono che ha ricevuto, come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio.» 1 Pietro 4:10 La parola importante è amministratori. Un amministratore non tratta ciò che gli è stato affidato come proprietà personale. Lo gestisce per conto di qualcun altro. Questo vale anche per i doni.

Non dobbiamo imparare soltanto a ricevere. Dobbiamo imparare a gestire ciò che riceviamo: quando parlare, quando tacere, con chi condividere qualcosa, quale linguaggio utilizzare e quale sia lo scopo. Forse proprio qui esiste una lacuna nella formazione di molti credenti. Abbiamo insegnato i nomi dei doni, ma non sempre abbiamo formato le persone ad amministrarli. Sapere cos’è una profezia non significa saper profetizzare con maturità. Conoscere la parola “discernimento” non significa saper discernere. Ricevere qualcosa non significa sapere automaticamente cosa farne. La formazione comincia proprio lì.

Cinque domande prima di muoverti

Possiamo rendere tutto questo estremamente pratico. Quando credi di aver ricevuto qualcosa, fermati davanti a cinque domande. 1. È conforme alla Scrittura? Ciò che ho ricevuto è coerente con quello che Dio ha già rivelato? Sto utilizzando correttamente la Parola oppure sto cercando versetti che confermino ciò che voglio credere? 2. Che frutto sta producendo in me? Mi rende più umile, amorevole e disposto a servire oppure alimenta ansia, superiorità, controllo e bisogno di riconoscimento? 3. Serve realmente qualcuno? Paolo dice: «Chi profetizza, invece, parla agli uomini per edificazione, esortazione e consolazione.» 1 Corinzi 14:3 Quello che sto per comunicare costruirà realmente qualcuno? 4. Devo parlare adesso? Forse devo pregare. Forse aspettare. Forse sottoporre ciò che ho ricevuto a qualcuno. Forse devo parlare. Non tutto ha lo stesso tempo. 5. Qual è la mia responsabilità?

Questa è probabilmente la domanda decisiva. Non soltanto: «Che cosa ho ricevuto?» Ma: «Signore, cosa vuoi che faccia?»

Un esempio molto semplice

Immagina che durante la preghiera ti venga fortemente in mente una persona e tu abbia l’impressione che stia attraversando un momento difficile. Potresti scriverle immediatamente: «Dio mi ha detto che stai passando un momento difficile.» Ma non sei obbligato a presentare la tua impressione come una dichiarazione divina. Potresti semplicemente pregare e poi scriverle: «Ti avevo nel cuore mentre pregavo. Come stai? Posso pregare per qualcosa?» Hai lasciato spazio. Se la persona sta realmente attraversando qualcosa, potrà aprirsi. Se la tua impressione era sbagliata, non hai imposto su di lei una parola che Dio forse non ha mai pronunciato. Questa non è debolezza spirituale. È sobrietà. Se invece credi di aver ricevuto un avvertimento serio, la prudenza dovrebbe aumentare. Esamina il tuo cuore. Hai qualche conflitto con quella persona? Sei ferito? Hai già un’opinione negativa su di lei? Poi prega e, quando opportuno, confrontati con un credente maturo. Se alla fine ritieni di dover parlare, puoi dire: «Pregando ho avuto questa forte impressione. Te la condivido con umiltà; valutala davanti al Signore.» Il dono non viene indebolito dal fatto che lasci spazio al discernimento. Viene amministrato meglio.

E se Dio stesse parlando a te?

Prima di cercare sempre il destinatario di ciò che abbiamo ricevuto, dovremmo farci una domanda ancora più personale: «Signore, questo riguarda prima di tutto me?» È molto facile vedere la correzione necessaria nella vita degli altri. Più difficile è lasciare che Dio corregga noi. Forse mentre preghi percepisci qualcosa sull’orgoglio. Prima di pensare a chi dovresti correggere, chiedi se Dio stia mettendo in luce il tuo. Forse senti fortemente il tema del perdono perché sei tu a dover perdonare. Forse continui a ricevere parole sulla fedeltà perché Dio sta chiedendo a te di diventare fedele nelle cose semplici. Prima di essere messaggeri rimaniamo discepoli.

Non costruire la tua identità sul fatto che senti Dio

Esiste un pericolo più sottile. Se la nostra identità spirituale comincia a dipendere dal ricevere continuamente parole, visioni, sogni e impressioni, presto avremo bisogno che accada sempre qualcosa. Quando non accade niente potremmo iniziare a sentirci meno spirituali. E da lì può nascere il bisogno di interpretare tutto. Ogni coincidenza diventa un segno. Ogni pensiero una parola. Ogni sogno una profezia. Ogni evento un messaggio nascosto. Ma il nostro valore davanti a Dio non dipende dal numero delle manifestazioni che sperimentiamo. Dipende da Cristo. Ci saranno momenti straordinari e giorni assolutamente normali. La vita spirituale non si interrompe quando lavoriamo, manteniamo una promessa, chiediamo perdono, prepariamo da mangiare alla nostra famiglia o serviamo qualcuno senza che nessuno ci veda. A volte l’ubbidienza più spirituale della giornata non contiene nulla di spettacolare.

È semplicemente ubbidienza.

Meno dimostrazione, più servizio

Forse dobbiamo cambiare anche il modo con cui misuriamo la maturità spirituale. Non chiedere soltanto chi vede più cose o riceve più parole. Guarda chi ama. Chi serve senza bisogno di essere visto. Chi può essere corretto. Chi sa aspettare. Chi sa tacere quando dovrebbe tacere e parlare quando dovrebbe parlare. Chi non usa un dono per controllare qualcuno. Chi è disposto a dire: «Potrei essermi sbagliato». Chi rimane fedele quando non sta succedendo nulla di straordinario. Questo non diminuisce i doni spirituali. Li rimette al loro posto. Il dono è uno strumento. Il fine è servire.

Dio ti ha parlato. E adesso?

Torniamo alla domanda iniziale. Credi che Dio ti abbia parlato. Adesso cosa fai? Non avere fretta di trasformare ciò che hai vissuto in una dichiarazione pubblica. Prega. Apri la Scrittura. Esamina quello che hai ricevuto. Osserva il tuo cuore. Se necessario, sottoponilo a persone mature.

Chiediti se devi parlare, aspettare, pregare oppure semplicemente ubbidire tu per primo. Poi agisci secondo ciò che hai compreso. Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce, io le conosco ed esse mi seguono.» Giovanni 10:27 Ascoltano. E seguono. Non possiamo separare le due cose.

Ascolta, discerni, ubbidisci

Non spegnere lo Spirito, ma non essere ingenuo. Non disprezzare i doni, ma non trasformarli nella misura della maturità. Non avere paura del soprannaturale, ma non chiamare soprannaturale tutto ciò che attraversa la tua mente. Impara a ricevere e impara anche ad amministrare ciò che ricevi. Impara a parlare e impara a tacere. E soprattutto non costruire la tua identità sul fatto che Dio possa servirsi di te. La tua identità è in Cristo. Se Dio ti affida qualcosa non ti sta necessariamente dicendo quanto sei importante. Ti sta affidando una responsabilità. Forse abbiamo bisogno di meno persone preoccupate di dimostrare quanto sentono Dio e di più discepoli capaci di fermarsi e chiedere: «Signore, cosa vuoi che faccia?» Perché la maturità spirituale non si misura soltanto da quanto ascoltiamo. Si vede da come discerniamo ciò che abbiamo ascoltato e, soprattutto, da come rispondiamo quando comprendiamo ciò che Dio ci sta chiedendo.

Una breve preghiera

Signore Gesù,

insegnami ad ascoltarti senza presunzione. Rendimi sensibile allo Spirito Santo e profondamente radicato nella tua Parola. Proteggimi dal chiamare tua voce ogni mio pensiero e dammi abbastanza umiltà da riconoscere quando potrei essermi sbagliato. Insegnami a discernere ciò che ricevo, a sapere quando parlare e quando tacere, quando aspettare, quando pregare e quando agire. Non permettere che i doni diventino la mia identità. Forma in me il carattere di Cristo e insegnami a utilizzare ciò che mi affidi per servire, non per mettermi in mostra. Voglio ascoltare la tua voce. Ma soprattutto voglio seguirti quando parli. Amen.

Scarica lo studio completo

La pagina HTML è la versione principale da leggere e condividere. Il PDF rimane disponibile gratuitamente per la lettura offline.

Scarica il PDF di Marco Torre ↓