Studio biblico · PDF · 9 pagine
Reliquie, venerazione e adorazione
Quando qualcosa prende il posto che appartiene a Dio
Cosa dice la Bibbia su reliquie, venerazione e adorazione? Uno studio rispettoso sull’autorità della Scrittura e sul posto che appartiene solo a Dio.
AutoreMarco TorreFondatore di SCEB e autoreIntroduzione
In questi giorni, a Catania, l'esposizione del capo attribuito a Sant'Agata e i gesti di venerazione rivolti alla reliquia hanno riacceso una discussione che conosciamo bene. Da una parte alcuni protestanti parlano immediatamente di idolatria; dall'altra molti cattolici rispondono distinguendo tra adorazione e venerazione e richiamandosi alla Tradizione della Chiesa. Il rischio è che la discussione diventi l'ennesimo scontro tra tifoserie cristiane nel quale ciascuno apre la Bibbia, la Tradizione o il proprio sistema teologico con l'obiettivo di dimostrare che l'altro ha torto. Non è questo che mi interessa. Se Agata è realmente morta per la sua fedeltà a Cristo, la sua testimonianza merita rispetto. Una persona che preferisce perdere la propria vita piuttosto che rinnegare Gesù ha qualcosa da insegnarci. Proprio per questo credo che dovremmo affrontare l'argomento senza disprezzo e senza caricature, ponendoci una domanda più profonda. Qual è il modo biblico di onorare una persona che ha dato la propria vita per Cristo? E ancora prima: chi stabilisce ciò che un discepolo di Gesù deve credere e praticare?
Prima della pratica viene l’autorità
Qui si trova probabilmente il vero punto di separazione. Il cattolicesimo non fonda la propria dottrina esclusivamente sulla Scrittura. La interpreta all'interno della Tradizione apostolica e riconosce al Magistero un'autorità interpretativa. Chi invece considera la Scrittura come autorità finale partirà inevitabilmente da un'altra domanda: dove troviamo questa pratica nell'insegnamento di Gesù e degli apostoli? Finché non affrontiamo questa differenza, possiamo discutere per ore sulla distinzione tra latria, dulia e venerazione senza arrivare al problema fondamentale. Personalmente preferisco partire da domande molto semplici: Gesù lo ha insegnato? Gli apostoli lo hanno trasmesso? Le comunità che vediamo nel Nuovo Testamento lo praticavano? Per un discepolo queste domande non possono essere secondarie.
Questo non significa che ogni dettaglio della vita cristiana debba comparire nella Bibbia sotto forma di comando esplicito. Significa però che quando introduciamo una pratica religiosa e le attribuiamo un significato spirituale dobbiamo essere disposti a domandarci su quale autorità lo stiamo facendo. Ed è proprio qui che la questione delle reliquie diventa interessante.
Le ossa di Eliseo
Uno dei passi biblici citati quando si parla di reliquie è 2 Re 13. Eliseo è morto ed è stato sepolto. Durante un'altra sepoltura alcuni uomini vedono arrivare una banda di Moabiti e gettano il cadavere nella tomba di Eliseo. La Scrittura racconta: «Appena quell'uomo toccò le ossa di Eliseo, tornò in vita e si alzò in piedi.» 2 Re 13:21 Il miracolo è reale e non abbiamo bisogno di ridimensionarlo per difendere una posizione teologica. Dio manifesta la propria potenza persino attraverso il contatto con le ossa di un uomo morto. Ma dobbiamo anche permettere al racconto di dire quello che dice, senza aggiungere ciò che non dice. Il testo non descrive persone che pregano Eliseo, chiedono la sua intercessione o compiono gesti devozionali verso le sue ossa. Il contatto avviene durante una situazione di emergenza: alcuni uomini stanno cercando di seppellire un morto e, vedendo arrivare i nemici, lo gettano nella tomba di Eliseo. Il passo dimostra quindi con chiarezza che Dio può servirsi di qualcosa di materiale per manifestare la propria potenza. Non dimostra, da solo, che ciò attraverso cui Dio ha operato debba successivamente diventare oggetto di venerazione. La distinzione è importante, perché riconoscere che Dio può usare qualcosa non significa automaticamente attribuire a quella cosa una funzione devozionale.
Quando un oggetto realmente usato da Dio diventa un problema Il serpente di bronzo ci permette di andare ancora più in profondità. Durante il cammino nel deserto non fu un uomo a inventarlo. Fu Dio a dire a Mosè:
«Fatti un serpente ardente e mettilo sopra un'asta; e avverrà che chiunque sarà morso e lo guarderà, vivrà.» Numeri 21:8 Il serpente di bronzo aveva quindi un'origine legittima. Dio ne aveva comandato la costruzione e lo aveva realmente utilizzato. Molti anni dopo, però, troviamo quello stesso oggetto in una situazione completamente diversa. Durante la riforma di Ezechia leggiamo: «Fece a pezzi il serpente di bronzo che Mosè aveva fatto, perché fino a quel tempo i figli d'Israele gli avevano bruciato incenso.» 2 Re 18:4 Questo episodio dovrebbe farci riflettere. L'oggetto non era falso. La sua storia non era inventata. Dio lo aveva veramente ordinato e utilizzato. Il problema nasce quando Israele comincia a rivolgere verso quell'oggetto una pratica religiosa che Dio non aveva comandato. Ezechia non dice: «Poiché Dio lo ha usato in passato, dobbiamo conservarlo qualunque cosa accada». Lo distrugge perché il rapporto del popolo con quell'oggetto è cambiato. Da questo possiamo ricavare un principio prudente ma importante: essere stati strumenti dell'opera di Dio non conferisce automaticamente a persone, oggetti o luoghi il diritto di ricevere devozione. Dio rimane il centro anche quando decide di utilizzare qualcosa di materiale.
Il vitello d’oro e le buone intenzioni
Anche il racconto del vitello d'oro merita attenzione, purché non gli facciamo dire più di quanto affermi. Dopo la costruzione del vitello, Aaronne proclama: «Domani sarà festa in onore dell'Eterno.» Esodo 32:5 Il testo mostra almeno questo: Aaronne collega ciò che sta avvenendo a una festa dedicata a YHWH. Eppure Dio giudica duramente quello che Israele sta facendo. Questo ci impedisce di utilizzare una giustificazione molto semplice: «Ma io lo faccio per Dio». La sincerità conta, ma la sincerità non trasforma automaticamente una pratica in ubbidienza. Posso essere sinceramente convinto di onorare Dio e avere comunque bisogno che la sua Parola corregga il mio modo di farlo.
Gesù disse: «Se mi amate, osservate i miei comandamenti.» Giovanni 14:15 L'amore per Dio e l'ubbidienza non sono nemici. Proprio perché amo Dio desidero conoscere ciò che gli è gradito, anche quando questo mette in discussione qualcosa a cui sono affezionato.
Dio è Spirito
Dietro tutto questo credo ci sia anche una fragilità profondamente umana. L'invisibile ci mette a disagio. Ci risulta più facile relazionarci con qualcosa che possiamo vedere, toccare e localizzare. Per questo la storia religiosa dell'uomo è piena di luoghi, oggetti e rappresentazioni ai quali viene attribuito un significato spirituale. Gesù affronta qualcosa di molto interessante durante l'incontro con la donna samaritana. La donna gli presenta una controversia religiosa legata al luogo dell'adorazione: «I nostri padri hanno adorato su questo monte e voi dite che è a Gerusalemme il luogo dove bisogna adorare.» Giovanni 4:20 Gesù non risponde semplicemente scegliendo uno dei due luoghi. Annuncia qualcosa che cambia radicalmente la prospettiva: «L'ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità.» Giovanni 4:23 E aggiunge: «Dio è Spirito; e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità.» Giovanni 4:24 Non utilizzerei questo passo per sostenere che tutto ciò che è materiale sia contrario al cristianesimo. Sarebbe andare oltre ciò che Gesù sta dicendo. Il punto evidente è però che con l'arrivo dell'ora annunciata da Cristo l'adorazione del Padre non viene confinata alla disputa tra Garizim e Gerusalemme. In Cristo l'accesso a Dio non dipende dal possesso di un particolare luogo sacro.
Il materiale non è il nemico
Questo equilibrio è indispensabile.
Il cristianesimo non considera la materia malvagia. Al centro della nostra fede c'è addirittura il Figlio di Dio venuto nella carne. Gesù ha istituito il battesimo, nel quale utilizziamo acqua. Nella Cena del Signore ci sono pane e vino. Gli apostoli imponevano le mani. Atti 19 racconta persino di guarigioni e liberazioni avvenute quando fazzoletti e grembiuli che erano stati a contatto con Paolo venivano portati agli ammalati. Non possiamo quindi costruire una teologia secondo la quale ciò che è spirituale sarebbe automaticamente buono e ciò che è materiale automaticamente sospetto. La questione è un'altra: quale posto stiamo attribuendo a quella cosa? Il battesimo non nasce perché alcuni cristiani hanno deciso che l'acqua li avrebbe aiutati a sentirsi più vicini a Dio. Cristo ha comandato di battezzare. La Cena del Signore non nasce dal bisogno umano di possedere un ricordo materiale di Gesù. È Gesù stesso a istituirla. Dio può anche decidere liberamente di operare attraverso mezzi che non diventano per questo un modello devozionale permanente. È precisamente quello che vediamo con le ossa di Eliseo e con gli oggetti associati a Paolo. Per questo dobbiamo distinguere tra ciò che Dio può fare nella sua sovranità e ciò che Dio ci ha comandato di praticare. Non sono necessariamente la stessa cosa.
Il problema non riguarda soltanto i cattolici
A questo punto sarebbe molto comodo rivolgere tutto ciò esclusivamente ai cattolici. Ma sarebbe anche molto facile perdere la lezione. Perché il cuore umano riesce a costruire idoli anche dentro una stanza completamente priva di statue. Un protestante può criticare chi bacia una reliquia e contemporaneamente sviluppare una dipendenza quasi assoluta da un predicatore. Può non inginocchiarsi davanti a un'immagine e pensare che senza un determinato ministro Dio non possa parlargli. Può rifiutare gli oggetti sacri e trasformare un edificio, una manifestazione spirituale, una conferenza o una particolare esperienza nella garanzia della presenza di Dio. Cambiano gli oggetti. Il cuore può rimanere identico. Per questo il problema più profondo non è stabilire quale tifoseria cristiana abbia meno idoli visibili. Il problema è permettere alla Parola di Dio di esaminare anche i nostri.
Possiamo aprire la Bibbia per essere corretti oppure possiamo aprirla cercando conferme di ciò che abbiamo già deciso di credere. Nel secondo caso il testo biblico smette lentamente di essere il giudice delle nostre convinzioni e diventa uno strumento con cui difenderle. Questo rischio riguarda cattolici, protestanti, pentecostali e me. La domanda quindi deve diventare personale: sono disposto a lasciare che la Scrittura corregga anche ciò che amo?
Quando l’attenzione si ferma sullo strumento
Il Nuovo Testamento contiene diversi episodi che meritano di essere osservati. Quando Cornelio incontra Pietro, gli si getta ai piedi. Pietro reagisce immediatamente: «Alzati, anch'io sono un uomo.» Atti 10:26 Non abbiamo bisogno di trasformare questo episodio in una risposta a ogni discussione successiva sulla venerazione. Il testo racconta semplicemente ciò che accade e mostra chiaramente la reazione di Pietro: rialza Cornelio e gli ricorda di essere un uomo. A Listra, quando la folla vuole offrire sacrifici a Paolo e Barnaba, i due apostoli reagiscono dicendo: «Uomini, perché fate queste cose? Anche noi siamo uomini della stessa natura che voi.» Atti 14:15 Nell'Apocalisse, quando Giovanni cade davanti all'angelo, riceve una risposta ancora più netta: «Guardati dal farlo [...] Adora Dio!» Apocalisse 22:9 Pur trattandosi di situazioni differenti, emerge una direzione coerente: il servo non deve prendere il posto del Signore, il messaggero non deve diventare la destinazione e lo strumento non deve oscurare Colui che lo utilizza. Il centro rimane Dio.
Come possiamo onorare Sant’Agata?
Non abbiamo bisogno di disprezzarla. Se Agata è stata realmente fedele a Cristo fino alla morte, la risposta cristiana non dovrebbe essere deriderla semplicemente perché altri hanno sviluppato pratiche che noi non condividiamo.
Possiamo invece guardare alla sua testimonianza e desiderare la stessa fedeltà verso Gesù. Paolo poteva scrivere: «Siate miei imitatori, come anch'io lo sono di Cristo.» 1 Corinzi 11:1 Questa frase offre un equilibrio bellissimo. Paolo può essere imitato, ma l'imitazione ha una direzione precisa: Cristo. Possiamo ricordare uomini e donne che hanno seguito fedelmente Gesù. Possiamo raccontarne la storia, rispettarne il sacrificio e imparare dal loro esempio. Ebrei 13:7 invita persino i credenti a considerare il risultato della condotta delle loro guide e a imitarne la fede. Il ricordo dei credenti che ci hanno preceduto può quindi avere valore. La domanda è dove quel ricordo ci conduce. Se guardando alla fedeltà di Agata desidero essere più fedele a Cristo, la sua testimonianza mi sta indicando Gesù. Se invece Cristo comincia lentamente a condividere lo spazio della mia devozione con la persona che avrebbe dovuto indicarmelo, allora devo avere il coraggio di esaminare ciò che sto facendo.
Quando rimane soltanto Cristo
Alla fine, forse, il modo migliore per affrontare questo argomento non è continuare a discutere su Sant'Agata. Proviamo piuttosto a togliere mentalmente tutto ciò attraverso cui normalmente viviamo la nostra esperienza religiosa: l'edificio nel quale ci riuniamo, la musica che ci emoziona, il predicatore che preferiamo, le immagini, gli oggetti, l'atmosfera, le manifestazioni spirituali alle quali siamo abituati. Rimaniamo davanti al Dio invisibile, riconciliati con Lui attraverso Cristo e abitati dallo Spirito Santo. Cristo ci basta ancora? Paolo scrive: «Vi è infatti un solo Dio, ed anche un solo mediatore tra Dio e gli uomini: Cristo Gesù uomo.» 1 Timoteo 2:5 È qui che voglio arrivare.
Non mi interessa concludere questa riflessione gridando «cattolici idolatri». Sarebbe semplice, produrrebbe probabilmente molti commenti e difficilmente porterebbe qualcuno più vicino alla verità. Preferisco che cattolici, protestanti e chiunque dica di seguire Gesù abbiano il coraggio di portare le proprie pratiche davanti alla Scrittura. Non basta domandarsi se qualcosa ci emoziona, se appartiene alla nostra tradizione, se viene praticato da secoli o se attraverso qualcosa abbiamo realmente sperimentato l'opera di Dio. Dobbiamo anche domandarci quale autorità abbiamo per trasformarlo in una pratica spirituale. E quando la Scrittura mette in discussione qualcosa a cui siamo profondamente affezionati, arriva il momento nel quale scopriamo se stavamo cercando la verità oppure soltanto conferme. Il vero banco di prova non è riuscire a dimostrare che la mia denominazione ha ragione. È essere disposto a cambiare quando riconosco che sono io ad avere torto. Per questo, prima di cercare il versetto con cui sconfiggere l'altra tifoseria, apriamo la Bibbia e permettiamole di esaminare noi. Non cercare nella Parola la conferma di ciò che hai già deciso di credere. Lascia che sia la Parola ad avere ragione su di te. Gesù disse: «Dio è Spirito; e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità.» Giovanni 4:24 La questione, alla fine, non riguarda soltanto una reliquia. Riguarda chi occupa il centro della nostra fede, della nostra devozione e della nostra ubbidienza. Quel posto appartiene a Dio.
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