Studio biblico · PDF · 11 pagine
Amare come Cristo
L’amore biblico non si limita a condividere la tua condizione: cerca il bene che Dio vuole per te.
Studio biblico di Marco Torre sull’amore di Cristo: verità e compassione, sofferenza, guarigione, volontà di Dio e un discepolato che conduce le persone a Gesù.
AutoreMarco TorreFondatore di SCEB e autoreIntroduzione
Oggi utilizziamo spesso parole come empatia, inclusione, accoglienza. Alcune possono descrivere aspetti utili delle relazioni umane, ma quando vogliamo capire come un cristiano debba amare, il punto di partenza non può essere il significato che la società attribuisce a queste parole.
La domanda deve essere un'altra:
Come ama Gesù?
Non dobbiamo prendere un concetto moderno e cercare di adattarvi Cristo. Dobbiamo osservare Cristo e lasciare che sia lui a correggere il nostro modo di intendere l'amore.
Questo è particolarmente importante quando incontriamo qualcuno che soffre.
Possiamo pensare che amare significhi necessariamente far sentire quella persona compresa, confermarla nella percezione che ha della propria situazione o cercare immediatamente di eliminare ciò che la fa soffrire.
Ma Gesù non agisce sempre così.
A volte consola.
A volte guarisce.
A volte piange.
A volte insegna.
A volte corregge.
A volte pronuncia parole estremamente ferme.
A volte permette persino che una persona se ne vada triste.
Eppure ama.
Questo significa che dobbiamo distinguere ciò che fa sentire bene una persona da ciò che costituisce realmente il suo bene davanti a Dio.
Che cos’è l’amore?
Prima di tutto: che cos'è l'amore?. La Scrittura non ci lascia costruire autonomamente una definizione di amore.
Paolo scrive:
«L'amore è paziente, è benigno; l'amore non invidia, non si mette in mostra, non si gonfia, non si comporta in modo indecoroso, non cerca le cose proprie, non si irrita, non tiene conto del male; non si rallegra dell'ingiustizia, ma gioisce con la verità.» 1 Corinzi 13:4-6
Fermiamoci sull'ultima parte:
l'amore gioisce con la verità.
Quindi biblicamente non possiamo separare amore e verità.
Se per far sentire amata una persona devo confermarle qualcosa che ritengo falso, non sto più operando secondo questa definizione.
Questo non significa utilizzare la verità come una pietra.
Paolo dirà:
«...dicendo la verità con amore...» Efesini 4:15
Abbiamo quindi due estremi da evitare.
Amore senza verità diventa compiacimento.
Verità senza amore può diventare durezza.
Cristo tiene insieme entrambi.
Gesù e il giovane ricco: l’amore non compiace
Gesù e il giovane ricco: l'amore non compiace. Marco ci fornisce un dettaglio straordinariamente importante.
Un uomo domanda a Gesù che cosa debba fare per ereditare la vita eterna. Dopo il dialogo iniziale leggiamo:
«Allora Gesù, fissandolo nel volto, l'amò...» Marco 10:21
Qui non dobbiamo interpretare cosa provasse Gesù.
Il testo dice esplicitamente che lo amò.
E proprio perché lo ama gli dice:
«Una cosa ti manca; va', vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni, prendi la tua croce e seguimi.» Marco 10:21
Qual è la reazione dell'uomo?
«Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente, perché aveva molti beni.» Marco 10:22
Questo episodio distrugge una concezione molto diffusa dell'amore.
Gesù ama quell'uomo, ma l'uomo non si sente meglio dopo aver parlato con Gesù.
Se misurassimo l'amore soltanto attraverso la reazione emotiva della persona, dovremmo concludere che Gesù ha fallito.
Ma sarebbe assurdo.
Gesù vede qualcosa che quell'uomo non riesce a vedere: il suo cuore è legato alle ricchezze.
Perciò l'amore di Cristo va esattamente nel punto che fa male.
Non per ferirlo.
Per liberarlo.
L’amore non costringe e non conferma ogni cosa
L'amore non ti costringe, ma non ti conferma nemmeno. C'è un'altra cosa impressionante.
Quando il giovane ricco se ne va, Gesù lo lascia andare.
Non abbassa la richiesta.
Non gli corre dietro dicendo:
“Va bene, facciamo un compromesso.”
Ma neppure lo costringe.
Questo ci mostra due caratteristiche dell'amore di Cristo:
non compiace e non manipola.
Gesù presenta la verità e lascia all'uomo una vera decisione.
Questo è importante anche nell'evangelizzazione.
Amare qualcuno non significa costringerlo a seguire Cristo.
Possiamo annunciare.
Testimoniare.
Pregare.
Accompagnare.
Correggere.
Ma non possiamo prendere il posto della sua decisione.
Gesù stesso non lo fa.
La samaritana: amare non evita i punti dolorosi
La samaritana: amare non significa evitare i punti dolorosi. In Giovanni 4 Gesù incontra una donna samaritana.
In questo episodio il testo non dice che Gesù provasse “empatia”, né dobbiamo aggiungere emozioni che Giovanni non riporta.
Guardiamo ciò che Gesù fa.
Parla con lei.
Le parla dell'acqua viva.
La donna inizialmente comprende le sue parole materialmente.
Poi Gesù improvvisamente dice:
«Va' a chiamare tuo marito e torna qui.» Giovanni 4:16
Lei risponde:
«Io non ho marito.»
Gesù replica:
«Hai detto bene: “Non ho marito”, perché tu hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito...» Giovanni 4:17-18
Gesù porta alla luce una parte estremamente delicata della sua vita.
Non la umilia.
Non la insulta.
Ma neppure evita l'argomento per paura di farla sentire a disagio.
Perché?
Perché Gesù non vuole semplicemente che quella donna termini la conversazione pensando:
“Finalmente qualcuno mi comprende.”
Vuole portarla molto più lontano.
Vuole portarla a riconoscere chi ha davanti.
Il dialogo arriva infatti alla rivelazione:
«Gesù le disse: “Io sono, colui che ti parla”.» Giovanni 4:26
Il centro dell'incontro non rimane la situazione della donna.
Diventa Cristo.
Quando la sofferenza diventa il centro
Questo cambia anche il nostro modo di aiutare chi soffre. Quando incontriamo una persona che soffre, esiste un pericolo.
La sua sofferenza può diventare progressivamente il centro di tutto.
La persona può arrivare a identificarsi completamente con ciò che le manca.
“Io sono la mia malattia.”
“Io sono il mio fallimento.”
“Io sono quello che mi è successo.”
“Io sono quello che non posso più fare.”
Ma l'amore cristiano non riduce una persona alla sua condizione.
Questo non significa negare la sofferenza.
Paolo dice:
«Rallegratevi con quelli che sono allegri, piangete con quelli che piangono.» Romani 12:15
Quindi il cristianesimo non insegna:
“Non piangere.”
“Non soffrire.”
“Fai finta che vada tutto bene.”
Anzi.
Piangi con chi piange.
Ma questo versetto non dice:
“Rimani per sempre nel pianto insieme a chi piange.”
Condividere il dolore è parte dell'amore.
Non ne costituisce necessariamente il fine.
Gesù piange, ma poi va verso la tomba
Gesù piange, ma poi va verso la tomba. Giovanni 11 è forse l'esempio migliore.
Lazzaro è morto.
Maria piange.
Gli altri piangono.
Gesù vede tutto questo.
«Gesù pianse.» Giovanni 11:35
Quindi non dobbiamo costruire un cristianesimo nel quale essere spirituali significa essere emotivamente distaccati.
Gesù entra realmente nel dolore.
Ma non termina lì.
Va alla tomba.
«Lazzaro, vieni fuori!» Giovanni 11:43
Questo è significativo per il nostro discorso.
Gesù può piangere con te senza diventare prigioniero del tuo pianto.
La sua partecipazione al dolore non gli impedisce di vedere ciò che il Padre sta facendo.
Volere il bene e opporsi alla volontà di Dio
Pietro: possiamo volere il bene di qualcuno e opporci alla volontà di dio. Matteo 16 ci porta ancora più in profondità.
Pietro ha appena riconosciuto:
«Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente.» Matteo 16:16
Gesù riconosce che questa rivelazione gli è stata data dal Padre.
Poco dopo Gesù comincia a spiegare:
«...che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molte cose da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, essere ucciso e risuscitare il terzo giorno.» Matteo 16:21
Pietro reagisce:
«Signore, Dio te ne liberi; questo non ti avverrà mai.» Matteo 16:22
Umanamente sembra persino una frase piena di affetto.
“Non voglio che tu soffra.”
“Non voglio che tu muoia.”
Eppure Gesù risponde:
«Vattene via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini.» Matteo 16:23
Ecco il problema.
Pietro sta considerando il bene di Gesù secondo l'uomo.
Gesù sta considerando il bene secondo il progetto del Padre.
Questa distinzione è enorme.
Non tutto ciò che noi chiamiamo “bene” è necessariamente il bene che dio sta operando. Questo ci obbliga all'umiltà.
Noi vediamo una situazione e pensiamo immediatamente:
“Questa cosa deve finire.”
“Dio deve togliere questa sofferenza.”
“Dio deve risolvere questo problema.”
Possiamo certamente pregare perché Dio intervenga.
Ma non possiamo pretendere di conoscere sempre ciò che Dio sta facendo attraverso una situazione.
Giuseppe dice ai fratelli:
«Voi avevate pensato del male contro di me, ma DIO ha pensato di convertirlo in bene...» Genesi 50:20
Il male rimane male.
Il tradimento dei fratelli non diventa giusto.
Ma Dio è capace di operare dentro una situazione malvagia e portarne fuori qualcosa che gli uomini non potevano vedere.
Paolo esprime un principio simile:
«Or noi sappiamo che tutte le cose cooperano al bene per coloro che amano Dio...» Romani 8:28
Il versetto successivo chiarisce quale bene Paolo abbia soprattutto in mente:
«Poiché quelli che egli ha preconosciuti, li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del suo Figlio...» Romani 8:29
Questo è fondamentale.
Il bene secondo Dio
Il bene secondo Dio non coincide necessariamente con:
“La situazione che mi fa soffrire sparisce immediatamente.”
Il bene ultimo è essere portati verso Cristo e conformati a lui.
Pregare per gli altri secondo la volontà del Padre
Questo cambia il modo in cui preghiamo per gli altri. Quando qualcuno soffre possiamo certamente pregare:
“Signore, guariscilo.”
“Signore, liberalo.”
“Signore, apri una porta.”
Gesù stesso guarisce, libera e interviene concretamente.
Ma non possiamo ridurre Dio a colui che deve realizzare ciò che noi abbiamo già deciso essere il bene della persona.
Gesù stesso nel Getsemani prega:
«Padre mio, se è possibile, passi oltre da me questo calice! Tuttavia, non come io voglio, ma come vuoi tu.» Matteo 26:39
Questa è una preghiera straordinariamente equilibrata.
Gesù esprime ciò che desidera.
Ma lo sottomette alla volontà del Padre.
Quindi possiamo chiedere guarigione con fede e contemporaneamente dire:
“Padre, vogliamo soprattutto ciò che vuoi tu.”
Il fine non è semplicemente la guarigione
Il fine non è semplicemente la guarigione. Questo diventa ancora più importante nell'evangelizzazione.
Se incontriamo un malato, naturalmente desideriamo che guarisca.
Ma se quella persona ricevesse una guarigione fisica e non conoscesse mai Cristo, avremmo raggiunto il fine del Vangelo?
No.
Gesù dice:
«Che giova infatti all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?» Marco 8:36
La guarigione può essere un segno.
Può aprire una porta.
Può testimoniare la potenza e la bontà di Dio.
Ma Cristo rimane il fine.
Questo protegge anche chi non viene guarito.
Altrimenti rischiamo di comunicargli:
“Finché rimani malato, Dio non ha ancora fatto ciò che doveva fare nella tua vita.”
La Scrittura non ci permette di dirlo.
Che posto ha l’empatia?
Allora che posto ha l'empatia?. Adesso possiamo finalmente tornare alla parola da cui siamo partiti.
Il termine moderno empatia può indicare cose differenti.
Se con empatia intendiamo:
comprendere ciò che un'altra persona sta vivendo, ascoltarla, provare partecipazione per la sua sofferenza e cercare di vedere la situazione anche dal suo punto di vista, non c'è bisogno di combattere la parola.
Troviamo elementi compatibili con questo nella Scrittura.
«Piangete con quelli che piangono.» Romani 12:15
«Portate i pesi gli uni degli altri...» Galati 6:2
Ma se per empatia intendiamo:
entrare nella percezione dell'altra persona e considerarla automaticamente vera, confermare ciò che sente perché lo sente, evitare qualsiasi verità che possa provocarle disagio e rimanere con lei nella sua condizione senza chiamarla verso qualcosa di diverso, allora abbiamo superato ciò che vediamo in Cristo.
Questa distinzione è fondamentale.
Perciò non direi:
“L'empatia è antibiblica.”
Sarebbe troppo assoluto.
Direi piuttosto:
La partecipazione alla sofferenza dell'altro è biblica. La conferma incondizionata della sua interpretazione della realtà non lo è.
Compassione: Gesù vede e si muove
Compassione: gesù vede e si muove. Qui la parola biblica diventa particolarmente interessante.
«Vedendo le folle, ne ebbe compassione, perché erano stanche e disperse, come pecore senza pastore.» Matteo 9:36
Gesù vede.
È toccato.
Ma poi agisce.
In Marco 6:
«Gesù, sbarcando, vide una grande folla e ne ebbe compassione, perché erano come pecore senza pastore; e si mise a insegnare loro molte cose.» Marco 6:34
La risposta alla compassione è:
insegnare.
In Marco 1 il lebbroso arriva davanti a Gesù.
«E Gesù, mosso a pietà, stese la mano, lo toccò e gli disse: “Sì, lo voglio, sii mondato!”.» Marco 1:41
La compassione si muove verso l'altro.
Non guarda dall'alto.
Non ignora il dolore.
Ma non rimane neppure passiva.
L’amore può essere fermo
L'amore può essere fermo. Questo forse è uno degli aspetti che il nostro tempo comprende con maggiore difficoltà.
Essere fermi non significa necessariamente essere privi d'amore.
Gesù poteva essere incredibilmente tenero.
E poteva dire:
«Vattene via da me, Satana!»
La domanda non è quindi:
“Le mie parole sono dure o dolci?”
La domanda è:
“Da quale cuore vengono e verso quale bene stanno cercando di condurre questa persona?”
Anche qui dobbiamo guardarci dall'estremo opposto.
Non possiamo usare:
“Gesù diceva la verità”
come giustificazione per la nostra arroganza.
Gesù poteva parlare con fermezza perché amava perfettamente.
Noi dobbiamo continuamente esaminare anche noi stessi.
L’amore non rende dipendenti dall’uomo
L'amore non rende la persona dipendente da noi. C'è infine qualcosa di molto importante per il discepolato.
Se amo qualcuno, non voglio che quella persona abbia continuamente bisogno di me per vivere.
Voglio accompagnarla verso Cristo.
Giovanni Battista dice:
«Bisogna che egli cresca e che io diminuisca.» Giovanni 3:30
Questo dovrebbe diventare un principio enorme anche nel ministero.
Non voglio essere indispensabile.
Non voglio che tu abbia bisogno continuamente della mia consolazione.
Non voglio che tu abbia bisogno sempre della mia parola profetica.
Non voglio diventare colui che interpreta Dio per te ogni giorno.
Voglio aiutarti a conoscere Cristo.
A conoscere la Scrittura.
A pregare.
A discernere.
A camminare.
Perché l'amore non costruisce dipendenza dall'uomo.
L'amore accompagna verso la dipendenza da Dio.
Conclusione: condurre le persone a Cristo
Alla fine la domanda non è:
“Sono stato abbastanza empatico?”
La domanda più profonda è:
“Ho amato questa persona come Cristo?”
Forse piangerai con lei.
Forse pregherai per la sua guarigione.
Forse dovrai semplicemente ascoltare.
Forse dovrai aiutarla concretamente.
Forse dovrai incoraggiarla a utilizzare quello che ancora possiede invece di vivere soltanto guardando ciò che ha perduto.
Forse dovrai dirle una verità che non vuole ascoltare.
E forse, come il giovane ricco, quella persona se ne andrà pensando che tu non l'abbia amata.
Ma c'è una domanda ancora più importante di come l'altro percepisce il nostro amore:
lo stiamo realmente conducendo verso il bene che Dio vuole?
E qui dobbiamo essere umili, perché noi non conosciamo sempre quale sia quel bene.
Per questo dobbiamo pregare.
Dobbiamo conoscere la Parola.
Dobbiamo cercare Dio.
E soprattutto dobbiamo condurre le persone a Cristo, non a noi stessi.
Perché non siamo noi a poterle guarire interiormente.
Non siamo noi a poterle salvare.
Non siamo noi a poter dare significato definitivo alla loro sofferenza.
Possiamo accompagnarle.
Possiamo portarne il peso.
Possiamo piangere con loro.
Possiamo dire la verità.
Possiamo pregare.
Possiamo rialzarle quando cadono.
Ma alla fine dobbiamo poter indicare qualcuno più grande di noi:
Gesù Cristo.
Perché l'amore di Cristo non ti incontra per lasciarti semplicemente dove sei.
Ti incontra dove sei e ti chiama a seguirlo.
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