Studio biblico · PDF · 4 pagine
La donna davvero non può insegnare?
1 Timoteo 2 e il ministero femminile alla luce dell’intera Scrittura
La donna può insegnare nella Chiesa? Uno studio biblico di Melany Jisas su 1 Timoteo 2, Priscilla, la profezia e il servizio delle donne nella Scrittura.
AutoreMelany JisasCollaboratrice e autrice di studi bibliciIntroduzione
Uno dei testi più utilizzati per sostenere che una donna non possa insegnare nella Chiesa si trova in 1 Timoteo 2: «La donna impari in silenzio con ogni sottomissione. Poiché non permetto alla donna di insegnare, né di usare autorità sull’uomo, ma stia in silenzio. Infatti Adamo fu formato per primo e poi Eva; e Adamo non fu sedotto; ma la donna, essendo stata sedotta, cadde in trasgressione. Tuttavia sarà salvata partorendo figli, se persevererà nella fede, nell’amore e nella santificazione con modestia» (1 Timoteo 2:11-15). La domanda è semplice: Paolo sta dicendo che una donna non può mai insegnare a un uomo, in nessuna circostanza? Per rispondere non possiamo fermarci a un solo versetto. Dobbiamo guardare l’insieme della Scrittura e lasciare che sia la Scrittura stessa a interpretare la Scrittura.
La donna come discepola e la profezia
è che Paolo dice: «La donna impari». Quindi riconosce che è importante che la donna venga istruita nella Parola di Dio. Anche Gesù considera importante che una donna riceva insegnamento. In Luca 10 leggiamo di Maria, sorella di Marta, che «sedutasi ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola» (Luca 10:39). Sedersi ai piedi di un maestro era l’atteggiamento tipico del discepolo. Gesù non manda Maria via perché donna. Al contrario, quando Marta protesta, Gesù risponde: «Marta, Marta, tu ti affanni e sei agitata per molte cose, ma una cosa sola è necessaria; e Maria ha scelto la parte migliore» (Luca 10:41-42). Quindi una cosa è già chiara: la donna non viene presentata nella Scrittura come spiritualmente incapace di apprendere, conoscere e comprendere profondamente la Parola di Dio.
Arriviamo allora a un altro testo importante. Paolo scrive: «Ma ogni donna che prega o profetizza...» (1 Corinzi 11:5). Fermiamoci a queste parole. Paolo parla chiaramente di una donna che prega e profetizza. Se la donna dovesse essere completamente muta nella comunità, come potrebbe profetizzare? E Paolo non corregge il fatto che profetizzi. Discute il modo in cui lo fa. Inoltre, in 1 Corinzi 14:3 Paolo spiega che «chi profetizza parla agli uomini per edificazione, esortazione e consolazione». Quindi una donna che profetizza sta comunicando qualcosa che edifica altre persone. Questo ci impedisce di interpretare 1 Timoteo 2 come un divieto assoluto di parlare nella comunità.
Priscilla, l’insegnamento e il contesto di Efeso
nella storia di Priscilla e Aquila. Atti 18 racconta di Apollo, un uomo eloquente, potente nelle Scritture e fervente nello spirito, ma che conosceva soltanto il battesimo di Giovanni. Quando Priscilla e Aquila lo ascoltano, «lo presero con loro e gli esposero più esattamente la via di Dio» (Atti 18:26). Priscilla, una donna, partecipa quindi insieme al marito all’istruzione spirituale di un uomo. Il testo non la corregge, non la presenta come ribelle e non considera sbagliato ciò che sta facendo. Questo significa che non possiamo dire biblicamente: «Una donna non può mai spiegare una verità spirituale a un uomo». La Bibbia ci mostra un caso in cui lo fa. Allo stesso tempo dobbiamo essere precisi: Atti 18 non dice che Priscilla fosse anziana, pastore o responsabile del governo della comunità. Dice semplicemente che, insieme ad Aquila, istruisce Apollo più esattamente nella via di Dio.
Anche Tito 2 va nella stessa direzione. Paolo dice che le donne anziane devono avere un comportamento conforme a santità ed essere «maestre del bene, per incoraggiare le giovani...» (Tito 2:3-4). Quindi Paolo attribuisce chiaramente alle donne una responsabilità di insegnamento. Il problema di 1 Timoteo 2, perciò, non può essere semplicemente “donna più insegnamento” in senso assoluto. Dobbiamo chiederci quale tipo di insegnamento e quale forma di autorità Paolo stia limitando.
Per capirlo dobbiamo guardare anche il contesto della lettera. Timoteo si trova a Efeso e Paolo gli ricorda: «Ti ho esortato a rimanere in Efeso affinché tu ordinassi ad alcuni di non insegnare una dottrina diversa» (1 Timoteo 1:3). Quindi la comunità sta affrontando un problema reale di falsi insegnamenti. Questo è importante. Efeso era inoltre una città fortemente segnata dal culto di Artemide, come vediamo in Atti 19. Tuttavia dobbiamo essere prudenti. La Bibbia non dice esplicitamente che Paolo abbia scritto 1 Timoteo 2 perché le donne provenienti dal culto di Artemide stavano dominando gli uomini o insegnando falsamente. Questa spiegazione può essere proposta come possibilità storica, ma non possiamo presentarla come se fosse dichiarata dal testo. Possiamo dire con certezza che Efeso stava affrontando falsi insegnamenti. Non possiamo dire con la stessa certezza che questo spieghi completamente il divieto rivolto alla donna.
Creazione, autorità e il limite di 1 Timoteo 2
«non permetto alla donna di insegnare, né di usare autorità sull’uomo», richiama Adamo ed Eva: «Adamo fu formato per primo e poi Eva» (1 Timoteo 2:13). Questo significa che il suo ragionamento non viene fondato soltanto sulla cultura di Efeso. Paolo torna alla creazione. Per questo non possiamo liquidare tutto come una regola puramente culturale e temporanea. Allo stesso tempo Paolo non sta dicendo che Eva, e quindi la donna, sia inferiore all’uomo. Genesi 1:27 dice che Dio creò l’umanità a sua immagine, «maschio e femmina li creò». Entrambi portano l’immagine di Dio. E quando Paolo parla dell’ingresso del peccato nel mondo, in Romani 5:12 attribuisce la responsabilità rappresentativa ad Adamo: «Per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo». Quindi il riferimento a Eva non può essere utilizzato per costruire una dottrina secondo cui le donne sarebbero naturalmente più ingannabili, meno spirituali o meno affidabili degli uomini.
Arriviamo quindi al punto più delicato. 1 Timoteo 2 pone una limitazione reale. Non possiamo far finta che Paolo non abbia scritto «non permetto». Ma il resto della Scrittura ci impedisce anche di trasformare quella limitazione in una proibizione assoluta secondo cui una donna non possa mai parlare, insegnare, profetizzare o comunicare una verità spirituale a un uomo. Da una parte non dobbiamo cancellare ciò che Paolo dice. Dall’altra non dobbiamo aggiungere divieti che la Scrittura stessa non sostiene. La posizione più prudente è riconoscere che Paolo sta limitando una forma di insegnamento collegata all’autorità, senza trasformare automaticamente quel limite in un divieto totale di ogni ministero femminile della Parola.
Le donne usate da Dio nella Scrittura
conferma che la donna non viene trattata come spiritualmente inferiore. Gesù parla apertamente con la Samaritana e le rivela che Egli è il Messia. Lei cosa fa? Non rimane in silenzio. Torna in città e parla di Cristo. Giovanni racconta che molti Samaritani credettero «a motivo della testimonianza resa da quella donna» (Giovanni 4:39). Una donna parla, uomini ascoltano e persone vengono portate a Cristo. Gesù non la ferma.
Dopo la risurrezione avviene qualcosa di ancora più significativo. Gesù affida a Maria Maddalena il compito di andare dai discepoli e annunciare ciò che è accaduto: Cristo è risorto. Questo non significa che Maria Maddalena fosse anziana della Chiesa o che ricoprisse una funzione di governo. Il testo non dice questo. Ma significa certamente che Gesù non considera sbagliato affidare a una donna un messaggio spirituale che deve essere comunicato a uomini.
L’intera Scrittura, inoltre, presenta donne usate da Dio. Miriam viene chiamata profetessa in Esodo 15:20. Debora viene presentata come profetessa e giudice d’Israele in Giudici 4:4. In 2 Re 22 sacerdoti e uomini inviati dal re vanno dalla profetessa Hulda e ricevono attraverso di lei la parola del Signore. Anna viene chiamata profetessa in Luca 2:36. Atti 21:9 racconta che Filippo aveva quattro figlie che profetizzavano. E a Pentecoste Pietro cita Gioele dicendo: «I vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno [...] anche sui miei servi e sulle mie serve spanderò in quei giorni del mio Spirito, e profetizzeranno» (Atti 2:17-18). Quindi una cosa possiamo dirla con certezza: Dio usa le donne per parlare, testimoniare, profetizzare, insegnare e partecipare alla sua missione. Ridurre la donna a una presenza passiva non corrisponde al quadro complessivo della Scrittura.
Uguale dignità e differenze di funzione
che ogni differenza di funzione tra uomo e donna debba essere automaticamente cancellata. Paolo scrive in Galati 3:28: «Non c’è né maschio né femmina, perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù». Uomo e donna condividono pienamente la stessa salvezza, la stessa dignità e la stessa appartenenza a Cristo. Non esiste una salvezza superiore per l’uomo e una inferiore per la donna. Ma Galati 3 parla principalmente della nostra condizione in Cristo. Non dimostra da solo che ogni funzione nella comunità sia necessariamente identica. Essere uguali in valore davanti a Dio non significa automaticamente essere chiamati a svolgere ogni funzione nello stesso modo.
Evitare due estremi
. Il primo è utilizzare 1 Timoteo 2 per zittire le donne, impedendo loro di pregare, profetizzare, evangelizzare, testimoniare, discepolare o insegnare anche dove la Scrittura mostra chiaramente che possono farlo. Il secondo è reagire agli abusi cancellando qualsiasi limite che Paolo sembra porre. Nessuna delle due strade è corretta. La domanda non deve essere: «Cosa fa la mia denominazione?» oppure «Cosa considera giusto la cultura attuale?». La domanda deve essere: «Cosa possiamo realmente sostenere attraverso la Scrittura?»
Se una donna ha un dono profetico, lo usi secondo l’ordine biblico. Se sa evangelizzare, evangelizzi. Se sa discepolare, discepoli. Se è capace di insegnare ciò che è buono, insegni. Se conosce profondamente la Scrittura, metta ciò che Dio le ha dato al servizio del corpo. Non costruiamo limiti che Dio non ha costruito. Allo stesso tempo, non facciamo dire alla Scrittura che ogni funzione e ogni autorità siano necessariamente identiche. Dove il testo è chiaro dobbiamo essere chiari. Dove il testo richiede prudenza dobbiamo avere l’umiltà di essere prudenti.
Anche gli uomini devono stare attenti a come utilizzano questi testi. Se un uomo legge 1 Timoteo 2 pensando: «Finalmente un versetto che dimostra che comando io», ha già perso il cuore di Cristo. Gesù disse: «Chiunque vorrà essere grande fra voi, sia vostro servitore» (Matteo 20:26). L’autorità nel Regno non è il diritto di dominare, umiliare o zittire qualcuno. È
responsabilità di servire. Qualunque ordine Dio abbia stabilito deve essere vissuto nel carattere di Cristo, con amore, sacrificio, umiltà e responsabilità.
Allo stesso modo, una donna non deve pensare che eventuali distinzioni significhino: «Dio può usare me meno». La Scrittura non ci permette di dirlo. Basta guardare a Maria, Priscilla, la Samaritana, Debora, Hulda, Anna, Maria Maddalena e le figlie di Filippo. Il punto non è inseguire una posizione. Il punto è utilizzare fedelmente ciò che Dio ha affidato.
Una conclusione prudente e biblica
. La Bibbia non sostiene l’idea che una donna non possa mai parlare, insegnare, profetizzare, testimoniare o comunicare verità spirituali a un uomo. Gli esempi biblici dimostrano il contrario. Allo stesso tempo, 1 Timoteo 2 contiene una limitazione reale che non dobbiamo cancellare, ma nemmeno estendere oltre ciò che la Scrittura ci permette di affermare. Non dobbiamo togliere alle donne ciò che Dio ha dato loro e non dobbiamo nemmeno ignorare ciò che Paolo effettivamente scrive.
Il nostro obiettivo non è difendere l’uomo o difendere la donna. Non è difendere una posizione denominazionale. È molto più semplice: lasciare che sia la Scrittura a correggere tutti noi.
La questione del velo
in 1 Corinzi 11. Anche qui dobbiamo evitare conclusioni troppo rapide. Paolo parla del capo coperto durante la preghiera e la profezia e, nello stesso capitolo, parla anche della chioma come copertura. Il testo sviluppa temi come onore, decoro, ordine e distinzione tra uomo e donna. Per questo non è prudente dire semplicemente che il velo sia soltanto una questione culturale o che il velo siano automaticamente i capelli. Il passo merita uno studio specifico. Una cosa però è certa: non possiamo trasformare un pezzo di stoffa nel metro della spiritualità di una donna. Una donna può avere il capo coperto e vivere in ribellione, mentre un’altra può desiderare sinceramente di ubbidire a Dio pur non avendo ancora compreso ogni dettaglio del testo. Il centro rimane un cuore sottomesso a Dio, che desidera onorarlo anche nel modo in cui vive le relazioni e il proprio ruolo.
La domanda finale quindi non è: «Una donna può salire sul palco?» La domanda è più profonda: «Ogni membro del corpo di Cristo sta usando fedelmente ciò che Dio gli ha affidato, nel modo che la Scrittura insegna?»
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